Citazione

lunedì 22 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #14

Cena
di cose e cose che nascono da cose


Nib fece in modo che Marta ci invitasse a cena. Non so come ci riuscì, non lo ricordo e anche se lo ricordassi non lo capirei comunque. So solo che di lì a qualche giorno Nib, Carla e il sottoscritto si ritrovarono con le zampe sotto il tavolo di una perfetta sconosciuta residente fra l'altro in una zona ignota della città.

Mangiammo parlando del nulla cosmico, come sempre avviene quando perfetti sconosciuti si ritrovano a dover condividere qualche ora assieme e la serata andò avanti finché Nib e Carla non inventarono una scusa per cacciarsi fuori di casa. Io avevo bevuto un po' troppo e non me la sentivo di intraprendere il viaggio di ritorno, o almeno questa fu la scusa ufficiale per non andarmene via con loro.

Nonostante non fosse una trovata particolarmente geniale, funzionò. Più che per la scusa in sé, perché Marta non aspettava altro. E così ci ritrovammo esattamente come la sera del concerto: alienati. Però da soli, con una camera e un letto a disposizione, con l'atmosfera giusta e con una certa quantità di vino in corpo.

Da cosa nacque cosa.

Con Marta restammo insieme o, per dirla alla sua maniera, ci frequentammo per alcuni mesi. Lei aveva altre priorità, dopo queste c'erano altre cose e infine c'era forse spazio per me. Io invece non avevo coraggio di presentarla a nessuno dei miei amici e conoscenti. Marta aveva delle idee tutte sue sulla vita, i rapporti umani e la gestione delle priorità. La portai ad una festa, finì che dopo aver insultato più o meno tutti i presenti, rischiando di venire pure alle mani con qualcuno, si lamentò di aver riscontrato una certa negatività nell'aria.

Come se non bastasse, i suoi amici erano personaggi abbastanza allucinanti:

Yvonne (il nome vero era Carlotta ma lei non sa che io so). Aveva circa una decina d'anni più di noi, mantenuta dai genitori, ricca sfondata, passava la sua vita fra Roma, Parigi, Napoli e Boston sperperando i beni di famiglia. Lei si diceva "organizzatrice di eventi" e amava raccontare di questi party supermegaincredibili che organizzava in luoghi esotici o delle sue liaison amorose con vip di varia caratura (si andava dal partecipante a un reality all'attore americano passando per calciatori). Ovviamente erano tutte palle. La cosa più incredibile è che nessuno dei suoi amici lo avesse mai sospettato

Teresa. Doveva essere una sorta di supermanager in carriera per una qualche multinazionale di schiavi. Parlava sempre di lavoro. Al telefono. Con altri. Poi ci riassumeva le comunicazioni fra una telefonata e l'altra. Non ho mai conosciuto nessuno usare tanto trucco come lei, certe volte sembrava una versione cyberpunk di Moira Orfei

Soledad. Argentina, bella come il sole ma fondamentalmente noiosa. Per problemi linguistici o per autodifesa sembrava capire a stento quello che le accadeva attorno. Tu parlavi, lei era lì che ti guardava coi suoi grandi occhi scuri che però sembravano fissare altro, qualcosa oltre te e invece di intervenire nel discorso annuiva o sorrideva

Olga. Non ho mai capito se fosse il suo vero nome. Probabilmente la persona più noiosa che abbia mai incontrato in tutta la mia vita. Aveva un'opinione su tutto, scontata e talmente banale da riuscire ad ammazzare ogni conversazione. Anche lei, come tutte le precedenti, era una presenza di una qualche esperienza di vita precedente di Marta di cui non conobbi mai i dettagli

L'Idiota. Il fratello minore di Olga. Personaggio davvero raccapricciante il cui unico merito era quello di far sembrare la sorella una donna brillante.

È stato grazie a loro e alla conoscenza di Marta che imparai a guardarmi bene dalle persone senza amici di lunga data o che frequentano esclusivamente un'accozzaglia di personaggi che sembrano scappati da un brutto circo.

Questo però lo capii molto dopo. Che Marta frequentasse esclusivamente 5 persone, per di più minorati, non mi fece suonare alcun allarme. Di conseguenza questi soggetti iniziarono a mescolarsi alla gentaglia normalmente frequentata da me e Nib.


Il nuovo capitolo lunedì prossimo (29 agosto) e sempre alle 10
Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 15 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #13

Carla
di mele e cazzate


Ho accennato a Carla. “Chi sarebbe questa Carla?” vi sarete chiesti. Io lo so che ve lo chiedete. Se lo chiedono sempre tutti quando la butto in mezzo al racconto.

Carla è un personaggio importante, non per la mia storia, ma per la storia di Nib. E anche se della storia di Nib secondo me non ve ne frega niente, Carla è comunque una questione interessante da approfondire. Se proprio non v'interessa e non volete darmi retta, passate al capitolo dopo, ma peggio per voi.

Carla serve per capire che l’universo è un puzzle fatto male, è un film con grossi buchi nella trama, è la dimostrazione che se c’è davvero un Dio creatore, quando ha deciso di dare ordine al caos ha sopravvalutato le sue capacità e il taglia e incolla gli fosse sfuggito dalle mani. È come se avesse lasciato qua e là dei refusi, dimenticandosi di personaggi e linee narrative e lasciando tutto a metà.

Il risultato è che la narrazione della vita può non sembrare più in ordine, scritta un passo alla volta, ma venuta fuori alla rinfusa, a spizzichi e bocconi, seguendo i capricci di un’ispirazione ballerina, poi rimessi insieme, spostati qua e là, a volte fatti unire a forza e altre volte dimenticando di cose fatte per combaciare ma poi separate per errore nella stesura finale.

Avete presente la storia della mela di Platone? Tutto bello. Ognuno di noi ha la sua metà che ti aspetta. Ma se dopo aver tagliato in due la mela, ne lanci una metà nel 200 AC e l'altra nel 1900 DC il risultato è una vera carognata. Se il Nib di quel momento avesse incontrato la Carla di 3-4 anni dopo sarebbero stati la coppia perfetta. Sbagliare di 4 anni in un periodo lungo quanto tutta la storia dell'umanità è una svista di poco conto, ma il danno è identico.

Che Carla e Nib fossero fatti l'una per l'altro era evidente, non era però il momento giusto per lei, aveva ancora altro per la testa o ancora si fidava troppo delle scemenze che diceva Nib. Una cazzata come “anche se andiamo a letto insieme, facciamo tutto insieme, stiamo benissimo insieme, noi non stiamo insieme, tranquilla, facciamoci le nostre esperienze senza impegno a me sta benissimo così, la nostra è una frequentazione amichevole divertente”.

Nib diceva spesso queste cazzata. Le diceva per farsi il grosso e secondo me anche un po’ per paura. Paura di ammettere a sé stesso determinate cose, paura di mettere a sua volta paura. Fatto sta che veniva considerato come uno allegro, incapace di relazioni stabili e trattato come tale, anche se avrebbe voluto ben altro.

Carla, in quel periodo della vita, cercava il disimpegno e lo trovò in Nib. Lo prendeva, lo lasciava, lo riprendeva, lo rilasciava. In un modo o nell’altro, Carla girò nell’orbita di Nib per un sacco di tempo. Poi scomparve ma il mondo aveva continuato a girare, e quando torno pronta per qualcosa di più stabile, Nib non era più a portata di mano allora scomparve di nuovo. Quando torno Nib aveva anche lui fatto pace col cervello, ma lei era sposata e con due bambini. E tutto sfumò per sempre.

Mi sono sempre chiesto come sarebbe stata la vita di mio fratello se con Carla si fossero capiti un po’ meglio, se avessero avuto più costanza e più pazienza.

Capitolo 14

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 8 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #12



Chiacchiere
di cani e homo sapiens


Quando ci si conosce si chiacchiera di tutto e di niente. Ti dipingi a metà fra Sandokan e Fantozzi, affronti i massimi sistemi, elenchi cose ma soprattutto elimini il mondo attorno. C’è lei. E il vuoto cosmico. E mentre parli o ascolti non dai importanza alle parole, ai concetti, alle frasi, ma scruti alla ricerca di dettagli, indaghi gli sguardi, le intonazioni, le reazioni.

Forse un tempo anche noi, per capire se un individuo della nostra specie ci piaceva, ci si annusava semplicemente il culo come fanno i cani. Poi, diventando via via più sapiens ci siamo raffinati. Raffinarsi vuol dire ovviamente complicare fino a rendere ingestibile qualcosa che sarebbe molto semplice. Se proprio la storia dell’annusare la trovate troppo basic, sarebbe comunque più facile arrivare immediatamente al punto “mi piaci, ti piaccio?”.

Invece no, ore e ore di alienazione dal mondo in chiacchiere ovattate e infinite per capire l’ovvio, perché è già chiaro a tutti (tranne ai protagonisti) che la frittata è fatta, è solo una questione di tempo. E visto da dentro è il momento più bello del mondo e non dovrebbe finire mai e dura sempre meno di quello che si sarebbe voluto perché ad un certo punto il mondo reale arriva a bussarti alle spalle con una tale insistenza che diventa impossibile continuare ad ignorarlo.
Parlammo almeno un paio d’ore, io e Marta. Lei mi parlava di sé, della sua vita, delle sue cose, io berciavo sui massimi sistemi. Ogni tanto ho la curiosità di risentirmi, ma so già che mi vergognerei come un ladro di quei discorsi. Fra una chiacchiera e l’altra riuscimmo anche a sentirci un pezzo di concerto, fino a che il mondo, come prevedibile, non venne a bussarmi alle spalle.

Nello specifico, il mondo che bussava alle spalle non era poi tanto metaforico, erano Nib e Carla entusiasti per il concerto, ignari di tutto quello che mi era successo. Semplicemente mi avevano visto sparire.

Avrei odiato chiunque per quell’interruzione. Non Nib. Non Nib con quell’espressione sulla faccia. Non Nib con gli occhi che si muovevano fra me e Marta con l’espressione di uno che vorrebbe dirti: “ma non avevi detto che pomiciava con uno? Te ne sei già trovato un’altra! Molto carina fra l’altro. Idolo! Avete scopato nel cesso? Oh cazzo, devo evitarti di mandare tutto a puttane!”

Capitolo 13


Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 1 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #11


SBRAAAAAANG!
di sviste e brindisi

“Ti mando da solo a un concerto e tu scopi…” Commentò Nib
“no, veramente io non ho…”
“Mi sento inutile. Ti ho riempito la casa di patata per mesi e tu niente. Poi vai a un concerto e scopi”
“Ma io non ho scopato!”
“Non fa niente, è uguale, ormai è come se l’avessi fatto. Ti ha mandato un messaggio di sua volontà, è fatta! Sei davanti alla porta, il portiere è al cesso con la diarrea e il difensore più vicino è paraplegico e per quanto tu possa avere i piedi a banana non c’è verso di tirarla fuori. Cioè, sono sicuro che TU abbia il superpotere di mandare tutto a puttane…”
“Adoro quando riconosci le mie qualità!”
“Venerdì vengo anch’io, devo evitarti di essere te! Ora brindiamo!”
“Brindiamo una sega, al massimo mi versi altro vino, il risultato a casa ancora non l’ho portato. E poi mica l’hai ancora conosciuta. Magari la trovi un cesso a pedali o simpatica come un cancro al colon e maledici il giorno in cui hai voluto festeggiare!”

La settimana trascorse tranquillamente e mi ritrovai così al concerto dei Vatussi Rudi, con 2-3 ore d’anticipo e un Nib ben più carico del sottoscritto. Nessun segnale da Marta, nessun tentativo da parte mia di darci un appuntamento, un luogo di ritrovo, una qualche coordinata spazio-temporale per ritrovarsi in mezzo al migliaio di persone previste dall’organizzatore. Nel frattempo ci raggiunsero altri amici e amiche del tutti ignari che a me, alla fine della fiera, dei Vatussi Rudi non è che fregasse poi troppo a quel punto.

Giravo come un bimbo smarrito in un centro commerciale guardando la gente seduta, la gente in piedi, l’ingresso, nella speranza di vedere Marta. Mi resi conto che non ricordavo nemmeno più come fosse fatta benché fossi sicuro che l’avrei riconosciuta una volta rivista. Ed ecco che la vidi.

“Nib, è tutto finito”
“L’hai trovata?”
“Sì, è là su, seduta, vicino l’angolo, sulle gradinate”
“E che fai ancora qui?”
“È con uno…”
“Magari è il fratello, un amico, un rompipalle, uno che chiedeva l’ora, hai visto male?”
“Non saprei, li ho però visti infilarsi ripetutamente la lingua in bocca, dici che è un indizio?”
“...”
“E comunque aveva una maglietta dei Vampiri Sudici Infami, meglio perderla che trovarla”
“Puoi dirlo forte, andiamo sotto il palco che fra un po’ cominciano, va!”

Ero deluso, decisamente deluso. Soprattutto da me stesso perché un po’ c’avevo creduto e invece lo dicevo io che non voleva dire nulla. Però…
SBRAAAAAAANG! Però un cazzo. Una schitarrata mi riportò alla realtà. Il bello del rock è anche questo, basta un accordo di chitarra buzzurro e sguaiato a rimettere le cose nell’ordine corretto, a portare la pace nella mente, a far aderire i piedi a terra. La band di supporto dei Vatussi erano gli Angeli Defunti, un caro gruppo della mia adolescenza, e cominciarono a pestare duro. Mi buttai nella bolgia, finché, durante una pausa fra un pezzo e un altro non mi sentii toccare un braccio. Non era il tocco di un energumeno sudato in trance agonistica da concerto, questo lo capii subito, era chiaro. Mi voltai. Era Marta. E non aveva la maglietta dei Vampiri Sudici Infami. E aveva anche dei capelli diversi dalla Marta-che-fa-lingua-in-bocca-con-uno. E anche una corporatura diversa.

Ci scambiammo saluti e abbracci (il suo estremamente carico, il mio un po’ distaccato da gentleman inglese del secolo scorso) mentre il capellone sul palco blaterava di quanto avesse desiderato da sempre stare su quel palco, che eravamo il suo paese preferito, che eravamo il pubblico migliore del mondo, che pasta, pizza, mandolino e baffi neri erano la sua ragione di vita. Ripresero a suonare, ci scatenammo nel mucchio selvaggio fino all’ultima canzone.

Durante la pausa necessaria a preparare il palco all’avvento dei Vatussi Rudi, ci andammo a prendere una birra, ci sedemmo lungo un corridoio, brindammo agli Angeli e iniziammo a chiacchierare.

Capitolo 12


Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!
Comincia tutto così

lunedì 25 luglio 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #10


Sugo al cinghiale
di motori e messaggi


Rincasando dopo quel concerto mi resi conto che era il momento di dare un’ulteriore sterzata alla mia vita. Era ora di cambiare e togliersi dalla testa un po’ di idee idiote. In fondo questa Marta era carina, sembrava simpatica, ci eravamo conosciuti in un modo curioso e a un concerto dei Car Bonx. Puro caso, tanto per cambiare. Ma perché non seguire la corrente? Perché per una volta non fidarsi del caso e dare fiducia a tutte quelle storie su karma e destino?

Mi svegliai con calma nonostante un sacco di cose da fare. Dio il sabato si è riposato, dicono. Ma lui non doveva fare la spesa, non doveva andare dall’elettricista, né a farsi fare un preventivo dal meccanico. Personalmente non mi piace riposare nemmeno la domenica, è il giorno prima del lunedì e vuoi sprecare l’ultimo giorno di libertà della settimana a dormire? Mi piacerebbe rispondere di no, purtroppo la realtà dei fatti dice il contrario: di solito lo spreco e passo dei lunedì ancora più di merda dei normali lunedì.

Andare dal meccanico è una faccenda che mi turba, di motori non capisco niente, di macchine men che meno. Quel tempio del machismo che è l’officina per me è solo un luogo sporco, puzzolente, ansiogeno, popolato da mangiatori di morchia che parlano linguaggi a me ignoti venerando donne nude appese alle pareti (quella è l'unica cosa che capisco, in realtà).

Come sempre, anche quella volta provai a interpretare la parte dello sciolto, per dar l’impressione di non essere lo sprovveduto che sono così da non farmi fottere. Arrivai preparatissimo, conscio di dove fosse e di come fosse fatto il libretto, di quale fosse il numero di targa, bollo in regola, patente a posto. Ovviamente bastò una domanda del meccanico per far crollare il mio castello di carte: “quando l’hai cambiate l’ultima volta?”. “Mai, da che ne ho memoria” risposi giusto per non fare scena muta. “alla revisione l’anno scorso m’avevate detto che era tutto preciso”, aggiunsi lì, come a dire “sono un cliente, non un turista da spremere ingiustamente”. Lui sparò una cifra, probabilmente a caso, e gli lasciai il veicolo. Felice che la faccenda si fosse risolta così velocemente.

Poi andai a fare la spesa, chiedendomi perché non ci fossi andato prima in macchina. E fu proprio durante una noiosissima fila ad una cassa che mi arrivò un messaggio sul telefono

la sett prox ci sono i Vatussi Rudi, ci vai?

Era Marta. Prima di rispondere analizzai la sintassi. Stringata, ma passabile. Sarebbe potuto andare peggio, tipo:
stt prx c sn vtssi c6?” cosa che mi avrebbe come minimo turbato. Di conseguenza tenni a bada il mio razzismo da messaggistica e scrissi

Li aspetto da 30 anni! Daje!

La risposta non tardò

Bellissimo. Ci vediamo lì

Cosa prevedeva a questo punto il codice da acchiappo telematico? Avrei dovuto controbattere? No? Sì? E la tattica cosa suggeriva? Avrei dovuto insistere? Cosa potevo rispondere?

Un laconico “ok”?

Buttarla sul finto spiritoso tipo “grazie per il bellissimo ma menti sapendo di mentire”?

Azzerbinarmi con un “non vedo l’ora, conto i giorni”?

Magari provare a tirarmela “sarebbe carino incontrarsi, ma forse ho altro da fare e se vengo sarò in comitiva…”?

Giocare a carte peggio che scoperte “Ti farei un pigiamino di saliva”?

Oppure provocare “Non fare che mi dai la sòla”?

Complice anche il mio turno alla cassa, decisi di farmi gli affari miei e non rispondere. Trascorsi un ragguardevole sabato sera davanti a un film trash e passai la domenica a pulire la mia stanza, il bagno e la cucina, attendendo il ritorno di mio fratello.

Nib arrivò in tempo per la cena. Era stato al paese, dagli zii, di conseguenza era carico di ogni ben di Dio. Ci preparammo la tavola, 3-4 etti di pasta conditi con un magnifico sugo al cinghiale fatto dalle amorevoli mani di zia Albina e mangiando gli raccontai le ultime novità. Tipo che ero stato dal meccanico, avevo litigato con delle vecchie al supermercato e che il film della sera precedente era davvero un insulto alle cose belle del mondo, di conseguenza avremmo dovuto rivedercelo insieme quanto prima.

Poi gli raccontai di Marta.

Capitolo 11

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!
Comincia tutto così

lunedì 18 luglio 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #9


Scelte

di piscine e fughe

Non è vero, era anche colpa mia. Era soprattutto colpa mia.

Sono sempre stato selettivo con le persone, ancora di più con le donne. O tutto o niente. O la principessa dei boschi o un’esistenza da solitario eremita.

Nessun compromesso. E immaginate un po’, provate a indovinare quale possa essere il rapporto fra Principesse dei Boschi da una parte e anni di eremitaggio dall'altra. Dove penderà la bilancia?

Se proprio devo essere sincero, anche questa storia dell’essere selettivi è una scusa. Un bel dito dietro a cui nascondersi per negare la realtà: cacarella e senso d’inadeguatezza.

Di aneddoti imbarazzanti sulla questione potrei raccontarne per giorni, probabilmente. Per esempio, ricordo quando in piscina c’era una che mi faceva il filo. Ma io niente. Rigido e dritto per la mia strada come nemmeno un pistolero di Eastwood avrebbe mai fatto.

Sarà stata una latrina con l’alito mostruoso e simpatica come un cancro al colon, direte. Invece no. Era anche carina e sembrava pure simpatica. Quella poveretta era arrivata a farmi le poste dopo l’allenamento e l’unica reazione che ottenne fu di farmi ottimizzare ancora di più tutta la pratica di doccia-asciugatura-vestizione.

Ma lei niente, non demordeva, a costo di farsi trovare totalmente zuppa, mi aspettava sempre all'ingresso del centro sportivo. Al suo “Ciao…” colmo di speranza e aspettative, rispondevo un “ciao.” secco, corto, a voce bassa, senza ammissione di repliche, a testa bassa, tirandomi la borsa sulla spalla e procedendo dritto senza guardarla.

Bugia: in realtà la guardavo con la coda dell’occhio, sperando e temendo al tempo stesso facesse qualcosa di eclatante che mi obbligasse a darle attenzione. Ci speravo, ovvio, a chi non piacerebbe? Se avesse fatto lei il primo passo, non sarebbe stata colpa mia! Oggi non saprei dire di cose avessi paura, ma preferivo giocare sul sicuro.
Il problema è la definizione di “sicuro”. Per me, al tempo, se me la fossi trovata nuda e nel letto non quale dubbio di piacerle l’avrei ancora avuto. E poi avevo fifa, se le avessi rivolto l’attenzione a cui anelava, di lì a pochi minuti saremmo stati sposati e, diamine, magari la donna della mia vita, la vera principessa, era dietro l’angolo o, financo, già a casa ad aspettarmi impaziente! Non potevo perdere tempo!

E poi, a dirla tutta, provavo anche un piacere perverso in quel ruolo da sostenuto. Nemmeno fossi stato l’uomo del Mennen. Mi faceva sentire migliore di Nib che le femmine doveva procacciarsele (con successo, ma questo è un dettaglio), mentre a me si offrivano spontaneamente (e mi permettevo di scacciarle). E qui dramma e delirio iniziavano ad andare a braccetto. Pur di non sputarmi in faccia, mi imponevo obiettivi di diversi ordini di grandezza oltre la mia portata, interpretando il ruolo di un Dante invaghito di una Beatrice per cui struggersi da lontano e senza nemmeno una benché minima capacità poetica per essere ricordato  dalle generazioni future.

Insomma, il succo è che ho incarnato l’apoteosi della sfiga per un sacco di tempo, poi iniziai a svegliarmi pian piano solo una volta uscito di casa ma credo ormai di aver già divagato troppo.

Capitolo 10

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!
Comincia tutto così

lunedì 11 luglio 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #8


Traslochi
di gusci e civilità

Il mio primo anno dopo la morte di mamma e papà fu strano.
Non ero mai vissuto fuori casa. Non ero mai vissuto circondato da coinquilini con cui non avevo nulla a che spartire. Intendiamoci, il momento in cui esci fuori da casa dei tuoi dev'essere un momento esaltante, il momento in cui prendi il toro per le corna e diventi finalmente padrone del tuo destino. Per me non fu così, non avevo scelto io di saltare giù dal nido, il nido mi era scivolato via dalle mani. Stavo male, ero affranto, ero incazzato, per cui abituarmi non fu semplice.

Nel corso di due anni cambiai sette case, vivevo praticamente da zingaro. Mi spostavo da un guscio all’altro come un paguro, accompagnato da scatoloni pieni di dischi, uno di libri, una scatola da scarpe con qualche cianfrusaglia e una valigia di vestiti.  Non avevo molta roba. Tante cose le avevo buttate nella pia illusione di indebolire legami con un passato prossimo doloroso, altre cose non mi servivano.

Preferivo muovermi leggero, poter fare i bagagli e caricare tutto in macchina nel minor tempo possibile, così da poter fuggire in caso di un nuovo colpo gobbo del destino.

Il primo guscio in cui mi rifugiai fu una stanza in casa di amici di alcuni parenti. Dopo tutto quello che era successo avevo la testa davvero altrove e ammetto di essermi comportato anche un po' da stronzo. Volevo stare da solo, per conto mio, isolato, non volevo parlare con nessuno, né fare vita sociale. I padroni di casa non erano dello stesso avviso. La seconda settimana di permanenza ero già trattato come “uno di casa”, il che vuol dire che benché non volessero soldi per l'affitto ero tenuto a rendermi utile, che non potevo restare rinchiuso in stanza, che dovevo mettere in ordine, che dovevo pulire e che se proprio volevo ascoltare quella musica di merda era il caso lo facessi quando non c'era nessuno e sei un pessimo esempio per i nostri figli. Durai un mese.

Il secondo lo trovai rispondendo ad un annuncio trovato ad un palo della luce vicino l'ospedale: Affittasi letto in stanza doppia. L'occupante dell'altro letto era un personaggio sgradevole seguace di dubbie teorie igieniche. Non puliva, dormiva vestito ma, quel che è peggio, si lavava il minimo indispensabile perché il sapone fa venire il cancro e fumava continuamente (poco importante se a letto, al bagno, in stanza) perché non è vero che fa male, seminando mozziconi qua e là. Durò 3 settimane. Poi me ne andai, non prima di avergli schiacciato delle uova sotto il materasso e cacato in una scarpa da ginnastica. Seppi diverso tempo dopo che non se ne accorse per mesi.

Il terzo fu una sistemazione di comodo e durò una sola settimana, sistemato su un divano in casa di Angela, una collega. Angela di nome e di fatto e spero che la sua divinità amica la protegga sempre. Questa settimana mi rimise un po' in pace col mondo e con il genere umano. Angela, Giandomenico (il marito) e Stefano (il figlio) mi trattarono da essere umano. Non da povera vittima della sfortuna, non da orfanello, non da ospite e nemmeno da soprammobile. Non mi misero fretta, paletti o altro. Fu poi Stefano, il figlio di Angela, a procurarmi i contatti per il quarto guscio.

Era un appartamento di studenti, amici di Stefano, che avevano una stanza singola da piazzare. Mi ci trovai bene, erano ragazzi tranquilli, un po’ nerd, ma non a livelli preoccupanti ed erano piuttosto felici del fatto che non fossi un pazzo allucinato come il precedente inquilino. Avevo finalmente uno spazio mio e solo mio, potevo stare da solo quando ne avevo bisogno e mi bastava aprire la porta per avere compagnia. Purtroppo, entro i successivi 4 mesi, più della metà dei ragazzi si era laureata ed aveva abbandonato l’appartamento, sostituita da diciottenni che ancora odoravano di gessetti e brufoli e decisi che era il momento di cambiare nuovamente aria. Ormai mi veniva davvero facile, in fondo.

Il quinto ero un appartamento di studentesse. Ci arrivai tramite Gaetano, uno degli occupanti del guscio precedente. Gaetano stava con una certa Simonetta, Simonetta abitava in un appartamento con altre ragazze descritte come estremamente selettive. In questo appartamento c'era una stanza doppia libera. Alessio e Simonetta convinsero le altre ragazze che ospitare due maschi nella doppia sarebbe stato un grande affare. A conti fatti fu più Simonetta a convincerle. Dopo un po’ di tempo però, la doppia divenne appannaggio di Gaetano e Simonetta e io mi trasferii nella stanza singola.
Grazie a Gaetano, Simonetta, Maria Assunta, Rosaria, Viviana, Mery ma soprattutto Michela riuscii a rimettermi definitivamente in sesto, tornando di fatto e completamente alla civiltà. Condividere un appartamento con 5 pulzelle ebbe ricadute positive di vario tipo, una di queste fu proprio Michela.

Cominciò tutto quando un giorno, a pranzo, quando mi portò a sorpresa nella terrazza condominiale. “Ti va una sorpresa?” mi chiese. Risposi affermativamente. Mi prese per mano e mi portò per le scale, salimmo fino alla porta della terrazza, lei aveva la chiave. Aprì la porta. C’era un tavolino apparecchiato per due. La guardai interrogativamente. Lei sorrise e disse solo “Auguri!”. Mangiammo, bevemmo ma soprattutto parlammo. Davanti a lei e davanti ad un bellissimo panorama, per la prima volta da tanto tempo, riuscii a sfogarmi tirando fuori un sacco di cose. Le ore passarono in fretta, ci godemmo anche il tramonto.

“Lo sai che ieri mi hai fatto piangere?”
Caddi dalle nuvole
“Io? No… Che ho fatto?”
“Mi hai evitata… questo… volevo farlo ieri a cena…”
“Ah. Ecco… scusa… non avevo capito…”
“Aspetta… come mi hai risposto… ah sì ‘tranquilla, come se avessi accettato ma devo finire una cosa…’ e stavi cazzeggiando al computer”
“Eh, sì, sono un fenomeno”
“Stronzo. Sono andata a piangere da Viviana…”
“Il punto è che molto molto molto raramente mi capita di essere ricambiato da quelle che mi piacciono”
“Eh?”
“È così, se vuoi ti faccio un elenco… ma l’abitudine è tale che ormai non capisco nemmeno più quando succede qualcosa di bello…”
“E io che pensavo fossi così pieno di donne che non mi vedessi nemmeno…”
L’abbracciai. Fu un bel momento. Uno di quelli che in un modo o nell’altro ti porti dentro a vita.
“Mio fratello non ci crederà mai…” dissi sorridendo
“non crederà a cosa?”
“A me con te”
“Guarda che mica stiamo insieme!”

Ci rimasi come uno stronzo congelato sul ciglio di un marciapiede in una fredda notte siberiana. Il sole era tramontato, alzai lo sguardo guardando le stelle. Pensando che, ancora una volta, non avevo capito nulla. Ero un po’ confuso ma nemmeno troppo stupito della piega che avevano preso le cose.

Poi mi baciò.
“Ora stiamo insieme”.

Purtroppo, 9 mesi dopo, la proprietaria dell'appartamento pensò bene di passare a miglior vita e gli eredi ci comandarono di sloggiare.

Il sesto fu l'appartamento con i due maledettissimi sfigati di cui ho già parlato. Non so perché, ma io e Michela non ci trasferimmo nello stesso appartamento. Lei seguì Maria Assunta, Viviana e Rosaria, Gaetano e Simonetta andarono per conto loro. Per me cambiare casa era ormai un’attività di routine e mi accomodai nel primo posto che trovai. Con Michela durò ancora un po’, dopo che ebbe finito gli studi iniziò a trasformarsi, pian piano in una persona che non mi piaceva più. Divenne piena di sé, con idee strampalate sul futuro, convinta com’era che il mondo fosse la sua ostrica e che la perla attendesse lei e solo lei. Ci lasciammo dopo una litigata feroce dove entrambi dicemmo cose molto poco piacevoli.

Adesso ero al settimo appartamento, ancora un nuovo inizio, questa volta assieme a mio fratello. La vita di entrambi era decisamente migliorata. Cambiato casa, cambiato aria, abbandonati coinquilini molesti, cambiato quartiere. Mi sentivo davvero padrone del mio destino.

Nib aveva pure scaricato Viola, dettaglio da non sottovalutare, io, dopo Michela, ero rimasto solo. Non per forza per colpa mia.

Capitolo 9

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!
Comincia tutto così

lunedì 4 luglio 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #7


Lavoro manuale
di affitti e traslochi

Nib abitava nell’appartamento di Viola e coerenza volle che, lasciando lei, lasciasse anche casa. Da parte mia ero da un pezzo in rotta con i miei di coinquilini.

Erano due sfigatissimi studenti fuori sede e fuori corso mantenuti da papà. Erano immediatamente caduti nelle viziose spire della grande città e avevano iniziato ad atteggiarsi ad artistoidi intellettuali. Casa era sempre piena di gente inutile, spesso fatta e dedita o a far casino fino all’alba o a parlare dei massimi sistemi o a vomitare in giro. Tengo a precisare che, normalmente, non ho niente contro chi fa casino fino all’alba, con chi si diverte e via dicendo. Mi davano semplicemente fastidio loro e tutte le manifestazioni della loro esistenza.

Ulteriore aggravante, avessero mai e dico MAI portato un pezzo di soppressata, di ‘nduja, un peperoncino, un'oliva ripiena o un qualche altro dono della loro terra. Niente. Tanto che per un periodo pensai che si tenessero tutto nascosto sotto il materasso o fra i vestiti pur di non condividere prelibatezze con il sottoscritto. A domanda diretta mi risposero che a loro quella roba non piaceva e che non si confaceva e persone della loro levatura. Lo giuro su quello che ho di più caro al mondo, usarono davvero i termini “conface” e “levatura” e questo penso sia sufficiente a chiudere la questione senza che si pensi che fossi io la persona cattiva.

Molto probabilmente è a causa di quei due coglioni e dei loro compari se ho sviluppato un certo fastidio verso la categoria dello “studente fuori sede”.

Ospitai Nib per un paio di settimane, dopodiché si colse la palla al balzo per cambiare aria. Ce ne andammo una mattina all’alba, i due fessi dormivano, la macchina l’avevamo caricata subdolamente e pian pianino nelle notti precedenti. Lasciai un biglietto grande e in bella vista attaccato sulla porta di casa con scritto “La vostra levatura mi opprime. Non posso più vivere nella vostra ombra. Mi sento misero. Addio. Niente fiori, ma opere di bene”.
È così che io e Nib finimmo per dividere lo stesso appartamento. Si trattava di una casetta di un centinaio di metri quadri al pianoterra di un palazzone gigante in una zona di tutto rispetto. Lo avevamo trovato, guarda un po’ tu, per caso.

Accadeva infatti in tempi non sospetti che una collega mi chiedesse se per caso conoscessi qualcuno interessato ad affittare un appartamento di un suo amico. Al tempo, proposi ai due imbecilli di cambiare casa, lasciare la topaia in cui stavamo per sistemarci più comodi. Rifiutarono categoricamente, adducendo motivazioni demenziali che non sto qui a riportare per evitarmi un'ulcera.

Trovandomi a dividere la stanza della topaia con Nib, mi rivenne in mente quella storia. Ne parlai quindi con la collega che chiese all’amico. Fortunatamente il tipo era appena riuscito a cacciare a calci nel culo una funesta ciurma di studenti fuori sede (sarà un caso?) che pagava saltuariamente ed aveva fatto un sacco di danni. Ci offrimmo quindi di occuparci noi della risistemazione dell’immobile (cose come rattoppare i muri, ridare la vernice a tutta casa, sostituire qualche mobile e via così) in cambio di uno sconto sull’affitto. Accettò, accogliendoci quasi come angeli salvifici.

Così, dedicammo qualche week end e qualche giornata di ferie a sistemare casa. Per quanto mi riguarda, lavori di questo tipo riconciliano con la vita. Puoi dare una misura al tuo sudore e soprattutto provare una soddisfazione direttamente proporzionale alla fatica che hai fatto. E poi il risultato, buono o brutto che sia è tutto esclusivamente riconducibile a te stesso, alle tue capacità e al tuo sforzo. Se viene uno schifo, almeno non hai pagato nessuno, se viene bello è tutto merito tuo. Insomma, il lavoro manuale può nobilitare l’uomo.

Nelle giuste dosi. Poco all’anno.

Capitolo 8

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!
Comincia tutto così

lunedì 27 giugno 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #6

Radio
di quaquaraqua e stronzi


Ci ritrovammo un paio di anni dopo, in una pizzeria, a causa di uno stronzo.

Era novembre, lo ricordo con chiarezza, mi squillò il telefono, era Nib che mi chiese “ti interesserebbe collaborare con una radio?”. Lavoravo poco in quel periodo, momento sbagliato, clienti sbagliati. Chiuso a chiave in un ufficio e con molto tempo libero, quindi l’idea non mi parve affatto male.

Per una serie di eventi tendenzialmente imprevedibili, Nib era entrato in contatto con un certo Quinto Numerelli, sedicente guru del mondo musicale nonché creatore, mente e capo di una nuovissima emittente radiofonica locale, già parzialmente lanciata sul mercato e pronta al botto definitivo, dal nome di Station To Station. Il logo era una specie di locomotiva che in qualche modo doveva richiamare alla mente Crazy Train ma che in realtà faceva pensare a una versione svantaggiata del trenino Thomas.

Quinto aveva bisogno di DJ che sapessero il fatto loro in termini di rock di varie durezze, che preparassero scalette per le varie trasmissioni, facessero interviste, si occupassero un po’ dei testi e quant’altro. Nib era stato assoldato immediatamente e fece il mio nome come altro eventuale collaboratore.

Quinto fu molto soddisfatto del materiale che gli proposi a mo’ di prova d’ingresso e organizzò una pizza d’investitura (non badava a spese, lui) per far incontrare tutta la redazione. Che si scoprì essere composta da tre persone, tutte già nominate in questo capitolo.

Quinto ci promise carta bianca, ci fece produrre un bel po’ di materiale, fra monografie, critiche, scalette tematiche, eccetera. La radio nel frattempo non si concretizzava, Quinto, ad ogni domanda diretta, rispondeva sempre: “Ci siamo, il mese prossimo iniziamo le trasmissioni, tenetevi pronti e se avete preparato qualcos’altro mandatemelo, che così aumentiamo i finanziamenti!”. Questo accadeva in un febbraio. Dal settembre successivo Quinto sparì.

Non tutto il male viene per nuocere. Infatti grazie a quell'anno speso dietro a Quinto, il rapporto fra me e Nib, elaborato ormai il lutto, divenne finalmente solido. In fondo eravamo cresciuti insieme, conoscevamo i reciproci interessi e sapevamo di avere troppo in comune perché le cose potessero andare diversamente. In più c’era il crescente livore verso Quinto a far da collante.

Nib, al tempo, stava con una rompipalle da competizione, matta come un cavallo e con manie di persecuzione. Arrivò a chiamarmi perché voleva sapere il nome delle “troie” (testuale) con cui usciva lui quando diceva che si vedeva con me. Fatto curioso, quando mi fece questa telefonata, ero in macchina proprio con Nib e non stavamo andando a troie bensì, tanto per cambiare, a comprare dischi.
Le dissi innanzitutto che il maschile di “troia”, per il vocabolario, è “porco”, in secondo luogo che non ero interessato all'articolo e che quindi, anche alla luce dell'insulto gratuito e della telefonata affatto gradita, se c’era una troia fastidiosa era lei. Poi passai il telefono ad un allibito Nib.

Lei non aveva senso dell’umorismo. Le stronze pazze rompipalle non hanno mai senso dell’umorismo, se siete interessati a+ una lezione di vita. Litigarono per un bel po’. Nel frattempo eravamo arrivati al negozio e io scesi dalla macchina che ancora discutevano.

Comprare dischi era un rito che andava consumato con modalità e tempistiche precise. Decisi quindi di lasciar litigare Nib in pace, e mi dedicati alla nobile arte di spulciare fra le copertine polverose. Quando uscii, con una bella sporta carica di dischi, loro erano ancora lì a parlare. Aprii la porta della macchina dal lato del passeggero. Strappai il telefono, che poi era il mio, dalle mani di Nib, lo misi all’orecchio in tempo per sentire “tu quella merda di tuo fratello devi smettere di vederla!”

“Viola, scusa, sono la merda… a questo punto avresti rotto le palle e mi serve il telefono.”
“Vaffanculo”
“Se ho tempo, faccio un tentativo, principessa. Ora ciao.”
Click.

Nib non entrò nel negozio di dischi e non accettò nemmeno di dividere il mio malloppo. La storia con Viola proseguì ancora per un dannatissimo lungo strascico, poi la piantò. Ma lei impiegò decisamente un po' troppo tempo a capire che “non voglio più avere niente a che fare con te” voleva dire proprio “non voglio più avere niente a che fare con te”. Poi ebbe la decenza di scomparire.

Viola gli aveva messo le mani addosso nella parte finale della faccenda dei nostri genitori, quando Nib aveva ormai le difese più che abbassate ed era diventato preda facilissima per ogni sorta di sanguisuga. La fine della storia con la pazza fece ringiovanire mio fratello di circa 10 anni e, a dire il vero, fu una mano santa per entrambi. 

Capitolo 7

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 20 giugno 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #5

Grande
di tragedie, scoperte e separazioni


E pensare che nemmeno dovevo esserci io a quel concerto, ero rimasto in dubbio fino in fondo, mi aveva convinto Nib obbligandomi a vincere una certa indolenza che da un po' stava diventando una vera filosofia di vita.

Nib, che se non ci fosse stato lui chissà che sarebbe stato di me oggi, e probabilmente viceversa. Eravamo una famiglia come tante, noi. Lui il maggiore, quello figo, brillante, vincente, io quello fallace sempre all’inseguimento, in salita, senza scarpe e con i cocci per terra.

Non vorrei buttarla sul patetico parlando di infanzia difficile ma mettetevi nei miei panni! Agli occhi dei nostri genitori, i miei successi non erano che un pallido riflesso dei suoi, persino i suoi sbagli erano qualcosa di epico e drammatico, mentre i miei non arrivavano nemmeno a suscitare sdegno, e io ce la mettevo tutta con i fallimenti, non crediate!

Agli occhi dei nostri amici, perché in fondo con un anno di differenza di età, gli amici erano praticamente tutti in comune, lui era il leader, io l’ultimo della fila. Il maschio alfa lui e il maschio omega io.

Poi, per fortuna, arrivò l’adolescenza. E immaginate un po’? Le nostre amiche era con me che volevano parlare. Era me che cercavano al telefono. Era con me che si confidavano. Ma poi era nelle sue mutande che finivano per mettere le mani. Per capire il perché di questo fenomeno iniziai a fare domande dirette, ricevendo sempre come risposta una variazione sul tema del “tu sei issimo qui, errimo lì, ma ti vedo solo come un amico e lui poi è più grande”.

E io lo odiai per essere “più grande”. Nel frattempo eravamo diventati uomini, almeno per la legge, entrambi all’università, con la differenza che lui macinava esami e voti notevoli, io cazzeggiavo tirando a campare. M’ero iscritto solo per dimostrare che essere “più grande” non significava niente e che giocandocela alla pari, in campi da gioco finalmente diversi, avrei ben dimostrato il mio valore.

Ovviamente fu una pia illusione. Scoprii che frustrazione e voglia di rivalsa non sono né un buon carburante né uno stimolo particolarmente efficace: lui si laureò, magna cum laude, io abbandonai gli studi.

Poi mamma e papà si ammalarono. Quello ci fece diventare uomini non solo esclusivamente davanti alla legge. 

Vedere una persona che ti avvizzisce davanti, come se ogni giorno invecchiasse di 6 mesi è qualcosa che ti scava un buco dentro. Buco che nel mio caso, nel tempo, si è riempito di cinismo e di incapacità a prendere qualcosa sul serio, soprattutto le cose serie.

Fu il periodo peggiore di tutta la mia vita. Beh, fu il peggiore di quella di tutti i soggetti coinvolti ed eviterò dettagli per rispetto verso i nostri genitori, verso noi stessi e verso chiunque abbia vissuto un dramma di quest’entità.

Durante questa battaglia, imparammo a conoscerci, scoprendo di non aver mai davvero capito chi avevamo davanti. Lui scoprì che per tanti anni ero stato esclusivamente una merdina rancorosa, invidiosa e insoddisfatta, io che per lui ero una sorta di monumento all’integrità, uno che cercava di forgiare il mondo a propria immagine rifiutandosi di farsi deformare come aveva fatto lui, facendo sempre quello che gli altri si aspettavano facesse.

Restò sorpreso di sapere che per me lui era stato per anni una sorta di dio dorato messo lì per indicare ai vermi (io, me stesso e me medesimo) quale fosse la via da seguire.

Scoprimmo anche tante cose di noi stessi. Per esempio mi resi conto che, per me, combattere una battaglia persa in partenza non era un problema. Tutti i fallimenti e gli errori fatti fin lì mi tornavano utili. E la mia piccola rivalsa fu rendermi conto di essere estremamente più resistente e coriaceo di Nib. Lo so, così suona male, so bene che non era una gara, ma, credetemi, il giorno in cui riuscirete a guardare negli occhi il vostro idolo e non dal basso verso l'alto sarà un gran bel giorno.

Quando tutto finì, ci ritrovammo comunque svuotati. Con la vita personale ridotta all’osso e una vita lavorativa da dover costruire in qualche modo. Vendemmo la casa, perché non avevamo più coraggio di vivere lì dov’eravamo cresciuti, con tutto il peso dei ricordi e ognuno prese la sua strada e ci separammo, pur mantenendo qualche sporadico contatto.

Capitolo 6

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!
Comincia tutto così