Citazione

lunedì 13 febbraio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #38

The Day After

di epifanie e di risse

Probabilmente a scatenarmi quella sera fu il tasso alcolico. Ed è sempre colpa del tasso alcolico se di tutta la vicenda ho ancora dei ricordi distorti. Quando ci penso rivivo tutta la scena in modo estremamente onirico. Quella maniera di ricordare le cose che un po' guardi il mondo con i tuoi occhi e un po’ ti vedi con gli occhi del mondo, quasi in contemporanea.

Come avevo raccontato eravamo al Locale e io avevo già bevuto qualche bicchierino di troppo. Nib aveva pensato bene di farmi bere a casa, prima di uscire. Arrivato lì, semplicemente, non mi fermai.

Il clima era festoso, ridevamo più o meno tutti, ci stavamo divertendo. Credo. Perché nei miei ricordi ad un certo punto ci sono immagini discordanti. In alcune mi sto divertendo, rido di cuore, scherzo, in altre sono infastidito e sempre più teso. Fino a quando, di questo sono sicuro, ad un certo punto mi alzo deciso a dare un taglio a tutto e dicendo, come un gran signore, “vado a pisciare prima di rischiare un’esplosione vergognosa...” poi torno dal bagno e trovo tutti agitati con l’Idiota che spara l’ennesima fastidiosissima perla guardandomi. Il suo ghigno sarcastico unito a quella camicia blu elettrico mi stimolano una domanda che vomito prima di pensare alle conseguenze con un’espressione sul viso che trasuda innocenza “Hai raccontato a tutti del toro nelle mutande, sì?".

Il ghigno scompare. Guardo tutti i presenti sorridendo come uno che la sa lunga e facendo finta di attendere una risposta. Faccio questa pausa ad effetto guardando tutti, tempi comici perfetti, davvero, roba da far studiare alle scuole di recitazione.

“Dovete sapere che il qui presente premio Nobel” indico l’Idiota “è andato da una stagista a dirle che aveva un toro nelle mutande e se voleva farci un giro”

Tutti ridono. L'Idiota mi guarda torvo. Caterina ha il sorriso di chi non ha capito la battuta. Non sa se faccio sul serio o se sto sparando qualche cretinata. Gli sguardi che vedono sono di divertita sorpresa. Non aspetto, è ora di calare l’ascia.

“Io lo so perché lei lo ha registrato. Lei è l'ex di mio fratello. E il genio si è pure calato i calzoni. E nella registrazione si sente lei che dice 'hai detto toro o lumaca?'”

Le risate aumentano di volume, nel mio ricordo sono assordanti, quasi fisiche, sovrastano tutto. Caterina sgrana gli occhi. L'Idiota mi dà del figlio di tVoia. Ha la faccia e gli occhi rossi. Gongolo e contemporaneamente non m’interessa più di niente, voglio solo il sangue. Il suo. Voglio portare l’umiliazione fino in fondo.

“Sei veramente un povero stronzo... tutti ci chiediamo da sempre se sei così di tuo o prendi delle pasticche…” Glielo chiedo mentre si alza e mi spintona. Ma io sto ridacchiando, l’alcol che ho in corpo si mescola ai mesi di frustrazione e al disprezzo, crea un unico bolo con i bocconi amari ingoiati e mi fa sentire invincibile. Non ho paura di nulla.

Arriva un altro spintone. Vedo distrattamente gente alzarsi di scatto, qualcosa che cade dal tavolo, sedie che si rovesciano. Qualche indistinto “eh, ma dai…” “ora però basta” “… diglielo che scherzi…” mentre mi sta per arrivare la terza spinta.

È a questo punto che sento distintamente il crack dei freni inibitori che si lacerano, scoppiano, mi liberano. E scatto.

Il resto l'ho già raccontato.

Nel ricordo confuso rispunta quel momento che ho chiamato epifania. È quando nel parapiglia incrocio gli occhi di Caterina. Quegli occhi neri, profondi, sinceri e dannatamente comunicativi. In essi leggo come in un lampo sorpresa-disapprovazione-liberazione-gelo-disgusto-critica-commiserazione-rifiuto-disprezzo. E la consapevolezza delle consapevolezze che mi cala perentoria come la scure di un boia fra capo e collo: non la rivedrò mai più.

Autogol. L'arbitro fischia la fine.

Hai perso, inetto coglione!

Fine della Prima Parte

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lunedì 6 febbraio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #37

Merlo

di Django Reinhardt e falene

E così seguì un periodo di cuore in fiamme e maschera di ghiaccio. Caterina cercava di riallacciare con l'Idiota e a farle da confidenti c'eravamo io e un paio di sue amiche a me sconosciute. Sembrava di essere tornati alle medie.

L'unico aspetto positivo della faccenda era che l'Idiota non sembrava volerne sapere, secondo lui le cose fra loro andavano benissimo. Però inizialmente provò a fare buon viso a cattivo gioco, e questo per me non fu un periodo particolarmente facile.

Far finta di nulla mi richiedeva grosse energie, e mantenere oggettività come confidente non era affatto semplice. Però riuscii ad invitarla sempre a riflettere, a chiedere a sé stessa le cose, a confrontare le mie risposte con quelle delle sue amiche: da maschio riuscivo a spiegarle in modo disincantato i gesti e gli atteggiamenti di lui meglio di come qualsiasi donna avrebbe potuto fare. Sarò sincero, mi sentivo una forchetta piantata nel fegato e la mia autostima subiva regolarmente dei tracolli mica da ridere.

Il problema vero è che tornando a casa dal lavoro, lei trovava lui, non me. Allungando la mano nel letto, trovava lui, non me. La gita in montagna era con lui che l'aveva fatta, non con me. E così la grigliata in spiaggia, il weekend a Parigi o quello dai parenti in campagna. La priorità di Caterina era, e giustamente, capire se con l'Idiota le cose potessero funzionare di nuovo, io venivo dopo, ero un'eventualità successiva nel caso si fossero lasciati, una possibilità. L'Idiota aveva il tempo dalla sua, maledetto. Ogni secondo che passavano insieme poteva essere quello decisivo per riaccendere la scintilla e ogni ora passata senza notizie di Caterina (e furono parecchie) era un'ora che avevano potuto passare avvinghiati avvolti dal fuoco della passione.

Fortunatamente l'Idiota, forse per far valere il suo nome, se la giocava malissimo.

Sapevo che la possibilità di scottarsi era elevatissima. Eppure come una falena continuavo a volare ripetutamente contro la lampadina incandescente, irrimediabilmente attratto dalla luce. E con poche distrazioni e valvole di sfogo. Persone con cui parlarne pochissime. Si contavano sulle dita di una mano di Django Reinhardt (esatto, QUELLA mano) e mi dicevano di desistere, che mi sarei fatto davvero male. Solo Nib mi lasciava il beneficio del dubbio.

“Ti rendi conto che stai facendo il merlo?”
“Me ne rendo conto”
“Tu che dici che quelle degli altri sono asessuate”
“Me ne rendo conto”
“Sai che ti farai un male bestia?”
“Me ne rendo conto”
“Secondo me no, non realizzi che mentre ti parlo lui le sta infilando una mano nelle mutande...”
“Me ne rendo conto”
“... e lei probabilmente...”
“ME NE RENDO CONTO!”
“Sai che hai rotto il cazzo con questa risposta?”
“E che altra risposta vorresti?”
“Che andassi lì e spaccassi la faccia a quel coglione, prendessi Caterina per i capelli e la trascinassi nella grotta”
“E poi se ne andrebbe perché avrebbe i dubbi che forse qui o forse lì”
“Ma cosa te ne frega?
 “Lo sai come sono, per me o tutto o niente”
“... fratelli minori...”
“È una vitaccia, eh!”
“A chi lo dici! Ma ne vale la pena? Cioè, pensi davvero che ne valga la pena?”
“Secondo me sì… poi sai forse cosa c’è? Noi perdenti abbiamo solo paura di vincere”
“Eh?!”
“Facciamo di tutto per perdere, cerchiamo gli ostacoli, se non ci sono li fabbrichiamo… è come se nella vittoria, nell’ottenere quello che vogliamo, trovassimo qualcosa di volgare, di squallido, di banale, rifugiandoci in quella spettacolare e pura catarsi che troviamo solo in una sonorissima sconfitta”
“…”
“Ma forse è così perché siamo talmente abituati a masticare merda che abbiamo paura che la cioccolata sia cattiva”
“…”
“Insomma, non so nemmeno più io perché mi comporto così. Se lo faccio per allontanare Caterina, per paura di ottenere quello che voglio. Se lo faccio per dimostrarmi di essere migliore di quello che sono. Se lo faccio solo per poter fare bella figura con lei… So solo che non saprei comportarmi altrimenti”
“Forse hai ragione tu... però non posso vederti così”
“Bisogno di occhiali?”
“Minchione. Piuttosto, dì a Caterina di chiedere al coglione del toro nelle mutande
“Cosa?”
“È una storiella edificante che mi ha riferito Sonya... secondo me ti farà guadagnare punti”
“Anticipami i dettagli, almeno”
“Prima ubriachiamoci! Che se mi fai di nuovo discorsi così seri vado a suicidarmi!”
Quella fu spesso l'arma di Nib, distrarmi e affogarmi nei paradisi alcolici. Ma è sempre un'arma difficile da maneggiare e, devo dire, noi non fummo particolarmente bravi né efficienti né, a dirla tutta, attenti.

Durante questo periodo con Caterina ci vedemmo abbastanza frequentemente, sempre in compagnia, spesso e volentieri al Locale. Fino alla sera fatidica. Quella dell'epifania.

CAPITOLO 38

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lunedì 30 gennaio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #36

Franchezza

di stronzate, paraocchi e telefonate

Caterina non venne a miagolare alla mia porta alle 11 di mattina come profetizzato da Nib, anzi, a quell'ora ero in ufficio. Però alle 14 mi telefonò. Una telefonata che sarebbe piaciuta a Sergio Leone, fatta di sguardi, silenzi e fruscii. Lo so, per telefono e per iscritto non è che funzioni granché.
“Sì?”
“Ciao”
“...”
“...”
“Ciao”
“...”
“...”
“Mi hai cercata…”
“Ti ho cercata”
“...”
“...”
“...”
“Ti ho cercata ieri”
“...”
“...”
“...”
“...”
“Sei arrabbiato?”
“...”
“...”
“...”
“Sei arrabbiato con me?”
“...”
“...”
“No.… credo di no, almeno”
“Grazie”
“...”
“...”
“volevo dirti che voglio vederti”
“...”
“ieri, intendo, quello volevo dirti”
“...”
“che voglio vederti”
“...”
“...”
“anch'io”

L'umore che precedeva l'incontro era strano. Sentivo su di me quel misto di ansia e imbarazzo che si prova a sapere di dover incontrare qualcuno che hai mandato affanculo di brutto. Che poi, a ben vedere, non era poi tanto diverso da quello che era successo davvero. Mi tirò su il morale pensare che anche lei non doveva essere in uno stato d'animo tanto migliore.

Anche di persona fu tutta una questione di sguardi, come se avessimo paura di dire troppo o troppo poco o non ci fidassimo del tutto. Poi aprì la bocca. E grossomodo questo fu ciò che mi vomitò addosso:

“Vorrei non averti mai incontrato è colpa tua e solo tua che mi hai fatto venire i dubbi e io speravo che ora vedendoti mi andassero via e invece no sono sempre dove stanno e anzi sono pure più grossi io sto bene con lui ci stavo bene ma poi tu tu mi hai fatto intravedere che forse c'è altro che potrei stare in modo diverso forse migliore non lo so ma comunque diverso ed è un diverso che mi piace ma io non so come fare mi sento in colpa non dovevi fare quello che hai fatto che poi alla fine era solo un bacetto innocente ma il problema non sei tu è che io lo volevo mi è piaciuto e avrei pure voluto non fosse solo un bacetto e allora mi sono fatta schifo perché non era giusto perché non posso far naufragare una storia così non si fa io ci starei davvero di merda e m'incazzerei un sacco se lo facessero a me però ho i dubbi non so cosa fare e non riesco a mandarli via mi sento pure di merda perché sono venuta qui e invece era meglio se restavo a casa a piangere!”

Fece una pausa per riprendere fiato. Io restai zitto, camminavo, guardando un punto indefinito del marciapiede a circa 5 metri da me.

“Tu cosa vuoi che faccia?” chiese

“Io?”. Non sapevo se applaudirmi o prendermi a sputi in testa da solo. Una bella risposta non sense che la lasciò ammutolita tanto da costringermi ad aggiungere “mica dipende da me”

“Certo a te che ti frega tu hai la tua super figa bionda con le super tette antigravità che sembra non avere altra ambizione nella vita che metterti le mani addosso perché non credere che non vi abbia notati quella sera al locale che le toccavi il culo e lei non sembrava aspettare altro mentre io morivo ma in fondo io che mi credevo come se fosse stata una cosa possibile anche senza quella lì che poi è da quella sera che le cose vanno di merda e sto piangendo quasi tutti i giorni perché sono una cretina che non so nemmeno io cosa voglio e cosa devo fare e m'illudo"

Altra pausa per riprendere il fiato. Continuavo a camminare, ma questa volta parlai prima io.

“Con Lucrezia ci siamo lasciati”

Smise di camminare, mi fermai e la guardai. Lei cambiò voce, si addolcì

“Perché? Eravate belli insieme, così... così complici...”

Mi limitai ad alzare le spalle e ripresi a camminare.

Lei restò in silenzio per un po' e poi

“Cosa devo fare?”
“È una domanda un po' grossa...”
“Cosa vuoi che faccia?”
“Piuttosto cosa vuoi fare tu?”
“Non lo so”
“Eppure sei qui a parlarne con me”
“...”
“...”
“Perché pensavo che vedendoti si risolvesse tutto. E invece sto peggio di prima, credevo che vedendoti non mi piacessi più, che stare con quella ti avesse allontanato che avessi avuto quello che volevi... mi ha trattata male, ha minacciato di cacciarmi di casa ... non c'è mai... mi sento così... così in secondo piano... messa da parte...”
Persi la pazienza. Me ne rendo conto, è irrazionale, totalmente irrazionale, ma, in fondo, cosa c'era di razionale in quella situazione? E poi, probabilmente, se agissimo sempre in modo razionale la vita sarebbe drammaticamente piatta, monocorde, monocolore. E so anche che è stato brutto, come prendere a calci un cane morto.
“Senti” risposti brusco “se dipendesse da me, ti porterei via da quel coglione che ti tratta come una pezza da piedi. Ma non dipende da me. Sei tu che devi fare una scelta, sei tu che insisti che vuoi recuperare con quello stronzo anche se non vale un tuo punto nero”
“Ma perché pensi questo di lui?”
“No, è quello che pensa un sacco di gente di lui da prima che tu lo conoscessi. Semplicemente lui ha sé stesso e tu sei un accessorio, ti dà per scontata. Sei docile, comoda, con te può giocare alla coppietta quando non ha qualche oca fra le mani, tanto qualsiasi cosa faccia tu sei lì che scodinzoli appena ti lancia un pezzo d'osso. Sei il suo piano B”

Mi stupii della mia franchezza. Anche lei.

“È questo che pensi di me?”
“È quello che pensa lui ed è quello che vediamo tutti. Ti rendi conto la mole di cazzi suoi che si fa? E tu? Tu ti fai problemi per tutto. Ma ti rendi conto di come ti fai trattare? E ti rendi anche conto che la vostra storia è finita da un pezzo?”
“Tu dici così perché solo perché vuoi che io lo lasci”
“Se volessi davvero stare con lui, non staresti parlando con me”
“…” Stava per piangere. Provai ad addolcire i toni.
“Non nego mi piacerebbe lo lasciassi, ma in realtà vorrei che ti rendessi conto tu delle cose. Perché non gli parli? Chiedigli se vede anche lui che il vostro rapporto è in crisi e vedete di recuperare le cose”
“E tu?”
“Io?” ancora... “Io che c'entro?”
“Tu per te cosa vuoi?”
“Te”
“...”
“Ma te al 100%, non te coi dubbi che forse hai sbagliato e dovevi restare con lui. Quindi prima chiarisci con lui e poi vediamo che succede”
“E tu cosa fai?”
“Direi che sono affari miei…”

Mi abbracciò. Intensamente.

“Non scomparire”

“Non sono un fantasma...” risposi sorridendo e ricambiando l'abbraccio.

CAPITOLO 37

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lunedì 23 gennaio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #35

Telefonia

di incubi e vino

Onestamente non so quanti giorni dopo l'ultimo messaggio di Lucrezia successe. Mentre i giorni correvano in avanti i miei pensieri rimuginavano. Immobili. Poi chiamai Caterina: non rispose.

Sono questi i momenti in cui tutti noi diamo il peggio. È il drammatico teatrino degli alibi: dei non avrà sentito, avrà avuto la suoneria bassa, 16 squilli erano pochi, non si è accorta che sul telefono c'è scritto a caratteri cubitali “HAI PERSO UNA TELEFONATA!!!!”, le hanno rubato il cellulare, ha cambiato numero, ho chiamato il numero sbagliato, il telefono è impazzito e chi sa chi ho chiamato, il gestore telefonico fa lo spiritoso, stava facendo il bagno, il telefono squillava e vibrando è caduto nell'acqua prima che potesse leggere chi fosse a telefonare e via così.

Allora ti chiedi se sia il caso di riprovare, di mandare un messaggio, di insistere. O forse è meglio attendere che veda l'avviso di chiamata non risposta e richiami. Ma magari non ha credito, magari ha perso la rubrica e non riconosce il numero, magari dei campi magnetici hanno bruciato la memoria del suo telefono, magari è stata rapita dai Venusiani e via ancora per la tangente.

La realtà la conosciamo tutti. Semplicemente non vogliamo accettare il fatto di non essere il primo pensiero dell'altra persona. Abbiamo chiara l'immagine di lei che prende il telefono che squilla, vede il nome e lo posa, aspettando che passi. Semplicemente non vogliamo ammetterlo a noi stessi. Non ci piace. Non può essere così. Dev'esserci dell'altro.

Dopo circa 15 minuti di psicodramma decisi di non pensarci. Era andata così. Era andata male. Il destino aveva deciso. Quel Dio che non gioca a dadi aveva decretato la mia sconfitta. Andai in cucina, presi una bottiglia di vino, ne bevvi più di metà e andai a dormire. Erano le 6 di pomeriggio. Nib avrebbe fatto tardi.

Addormentarsi fu dura, le prime due ore tutte un girare e rigirare nel letto, in una sorta di stato semi cosciente in cui la mente non fa che generare mostri ansiogeni. Sembravo una fettina di carne che veniva panata pian piano. La panatura era fatta di autentici mostri: bollette scadute da pagare, addebiti della carta di credito, un dolore a un ginocchio, un alterco col capo. Nella mia mente tutto si mischiava portando a vedermi ormai senza più le gambe, in una casa occupata abusivamente e illuminata solo con poche candele rubate in chiesa. Nib che non torna perché magari ha fatto un incidente mortale e mi ritrovo solo al mondo. Cose così. E soprattutto un pensiero fisso: quello di Caterina con l'Idiota a mo’ di ciliegina avvelenata sulla torta.

La vita è infame a volte. Non parlo della mia, quella di Caterina era sicuramente peggiore. Io non condividevo la casa con un maschio che passava più tempo dall’estetista che a fare gare di rutti con gli amici, ad esempio. Io condividevo la casa con Nib, maschio alfa esclusivamente perché non esiste una lettera antecedente e per giunta totalmente inconsapevole del suo essere in cima alla catena alimentare. Quel signorino con le camicie da scimmia impazzita e il ciuffo biondo impomatato faceva a pugni con la mia estetica del macho nutrita a furia di Bud e Terence. E oltretutto era anche stimolante per l’intelletto come un tappetino da bagno. O forse pure meno.

E quella sera, complice il vino, presi consapevolezza del fatto che Idiota e Caterina fossero un binomio che insultava le cose belle del mondo, una prova dell’ineluttabile inesistenza di Dio e la dimostrazione che l’amore non è solo cieco ma pure stronzo e con la fissa di giocare al ribasso.

Spalancai gli occhi. Era buio. Avevo la faccia impastata di bava secca. Ma ero consapevole di diverse cose, la prima era che restare a letto avrebbe voluto dire solo una cosa: nuovi incubi nel dormiveglia, magari a base di Idiota. La seconda è che Caterina era davvero importante.

Andai in sala deciso a vedermi un film brutto e una mezz'ora dopo tornò Nib.

“Ancora in piedi?”
“In verità sono comodamente seduto sul divano”
“Vedo”
“Com’è andata? Sempre coi tuoi amichetti dell'università?”
“Come vuoi che sia andata... sono delle merde, vivono di merda, dicono stronzate inaccettabili e non mi diverto più a uscire con loro. La prossima volta mi do malato!”
“lo dici tutte le volte...”
“Vero, perché poi torno a casa e ti vedo al buio a fissare uno schermo spento e mi sembra di aver passato una gran serata con gente di un certo livello”
“Penso che andrò via da questa casa dove ormai nessuno mi ama più”
“Toh! Ho preso i cornetti”
“Allora un po’ di bene me lo vuoi ancora!”


Gli raccontai della mia presa di coscienza. Secondo lui Caterina me la sarei trovata miagolante alla porta di casa entro le 11 di mattina. Buon vecchio Nib, di cosa non si sarebbe convinto pur di tirarmi su il morale!

CAPITOLO 36

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lunedì 16 gennaio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #34

Brodo
di liti e amiche

Vedermi con Lucrezia era stato per Caterina un autentico shock. Vedere me con Lucrezia e Nib con Sonya era stato uno shock ancora più insopportabile per l'Idiota. La sera di quell'incontro fortuito non fu particolarmente felice per loro. Caterina sprofondò nel silenzio, l'Idiota doveva sfogare la sua frustrazione. Finirono per litigare ferocemente e non si parlarono per qualche giorno.

Le cose non miglioravano. Allora Caterina si mise d'impegno per cercare di fare pace, organizzando una bella cena a sorpresa. L'Idiota però aveva avuto una giornata pessima, una di quelle giornate che è bene eliminare dai calendari. Dopo il lavoro non tornò subito a casa, si vide con degli amici, andarono in giro per locali come ragazzini al sabato sera. E tornò a casa molto tardi, mezzo ubriaco.
Trovò la tavola imbandita, con dei manicaretti ormai freddi nei piatti, una bottiglia di ottimo merlot aperta e post it, appoggiato sopra le lasagne, che diceva:  “la prossima volta rispondi al telefono, stronzo”

Caterina non c'era.

Caterina era andata a dormire da un'amica. L'amica l'aveva rassicurata, l'aveva convinta di aver fatto bene e che tutto si sarebbe sistemato, che lui avrebbe capito, le avrebbe chiesto scusa e le cose sarebbero tornate ad andar bene perché erano una coppia tanto bella. L'amica era una maledetta stronza, se volete sapere la mia opinione.

Nel messo della notte, Caterina, prima di essere sopraffatta dalle scemenze che l’amica le riversava addosso, mi scrisse:

Non mi hai punita abbastanza?

Frase che, concordo, suona esageratamente melodrammatica, ma questa mi mandò.

Il messaggio lo lessi uscendo da un cinema assieme a Nib, mezzi sbronzi e morti di sonno. Era una di quelle giornate in cui Lucrezia aveva più voglia di beccarsi un’herpes che di vedere il sottoscritto, arrivata dopo un periodo sostanzialmente negativo che si protraeva da una settimana (e il giorno successivo, a cena, mi avrebbe detto dell’arrivo di James). Per questo eravamo al cinema: avevo le palle girate una in un senso e una nell'altro, per cui convinsi Nib ad andare a vedere, ubriachi, un filmaccio d'azione di nuova uscita.

Lì per lì non diedi tanto peso al messaggio. Il comportamento recente di Lucrezia mi aveva irritato, il film mi aveva irritato, il sonno mi irritava, il messaggio stesso un po' m'irritava, perché, cazzo, pensaci prima! Quindi non risposi e il giorno dopo decisi che era meglio non farlo, di lasciarla cuocere nel suo brodo e di concentrarmi su un problema alla volta. Proprio il giorno in cui l'Idiota chiamava Caterina, si cospargendosi il capo di cenere e sterco di cammello, recitando l’atto di dolore, 12 avemaria e 3 padrenostro e convincendo (anche grazie al lavoro ai fianchi dell’amica stronza) Caterina a tornare a casa più o meno nello stesso momento in cui io dicevo a Lucrezia che non mi dava fastidio che incontrasse James.

CAPITOLO 35

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lunedì 9 gennaio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #33


James Bond
di sorprese che non sono tali

Con Lucrezia andò avanti senza particolari sbalzi per un altro po' di tempo. Io non riuscivo a lasciarmi andare, oggettivamente era la donna perfetta, aveva le sue stranezze, certo, ma chi non ne ha? Però continuavo a non sentirmi coinvolto fino in fondo. Da una parte c’era il fantasma di Caterina, un pensiero che sempre più spesso riaffiorava e mi si stampava in testa. Mi trovavo a chiedermi come stesse, cosa stesse facendo e ogni tanto mi sorprendevo a cercare dei modi concreti per avere risposte a queste domande. Poi c’era il comportamento da geisha di Lucrezia che ad un certo punto inizio a sembrarmi non solo forzato ma anche con una punta di disperazione.

La fine iniziò una sera in cui era particolarmente ciarliera. Stavamo mangiando del giapponese take away in camera. Mi raccontò di come l'Idiota avesse dato il tomento a lei e a Sonya per un pezzo lunghissimo e di come, dopo l'incontro al pub, il suo atteggiamento fosse cambiato drasticamente. Era arrivato al punto di metter loro i bastoni fra le ruote e macchinato per farle cacciare dall’azienda. Non solo, aveva richiesto esplicitamente attenzioni particolari per cessare le ostilità e mettere “una buona parola coi capi”. Un comportamento secondo me perfettamente in linea con il personaggio e ne parlammo un po', finché Lucrezia, cambiando discorso, non disse di punto in bianco:

“La settimana prossima dovrebbe passare James”
“Bond? James Bond? In ufficio?”
“Ma no, scemo, è il mio ex di Londra... ti ricordi? Ti avevo raccontato di lui…”
“Ah sì, il super manager, non avevo capito fosse il tuo ex, pensavo fosse semplicemente un amico…”
“No, no, siamo stati insieme per un po' ma non ha funzionato”
“Viene a riaccendere le braci?”
“Sei geloso?”
“Dovrei?”
“Scemo, no, viene per lavoro e mi ha chiesto se ci vediamo... ti dà fastidio?”
“No, perché?”
“Beh, perché è un ex. Fra di noi le cose si erano interrotte in modo strano... io non gli ho ancora risposto, ero un po' indecisa su cosa dirgli, volevo sapere che ne pensavi… ma se tu mi dici che non è un problema... cioè non vorrei ti desse fastidio…”
“Ma no, nessun fastidio, stai tranquilla”

Per me era tutto chiaro come il sole: James tornava a riaccendere la fiamma, lei aveva paura potesse succedere qualcosa e non sapeva cosa pensare al riguardo. A me la cosa non fece né caldo né freddo. Neppure quando capii che James, avrebbe dormito da lei. Con lei. E che fosse già deciso prima che Lucrezia me ne parlasse.

James arrivò e Lucrezia scomparve. Non rispondeva al telefono, ai messaggi, alle email e anche Sonya sosteneva di non saperne niente. Andò avanti così per tre, quattro giorni. Non che mi affannassi a cercarla, mi sembrava un epilogo così ovvio da sentirmi, in fondo, sollevato. Però avevo bisogno che mi si fissasse un punto. 

Fu Sonya, ad un certo punto, a raccontarmi tutto. A Londra lei e James stavano alla grande, ma lei non accettava il fatto che lui fosse pieno di soldi e lei una commessa, voleva un rapporto alla pari, voleva sentirsi indipendente, si sentiva schiacciata da questa presenza ed è per questo, in realtà, che aveva deciso di andarsene. E lo aveva fatto di punto in bianco, senza dire niente a James e a ridosso dal suo ritorno a casa.

Il poveraccio aveva passato un bruttissimo periodo di struggimento culminato con un terribile incidente che gli aveva fatto rischiare la sedia a rotelle, costringendolo a letto per un lunghissimo periodo. In quel momento drammatico aveva capito quali fossero le cose per veramente importanti. Non si era dato per vinto e, appena ripresosi, si era licenziato e impegnato duramente per ritrovare Lucrezia. Per vie traverse e non senza fatica, era riuscito a rintracciare Sonya, convincerla e farsi dare un contatto. A quel punto si era inventato la palla della trasferta pur di avere l'occasione di riconquistarla o, per lo meno, di capire perché lo avesse lasciato così, in punto in bianco e con meno del minimo sindacale di spiegazioni.

Sonya fu stupita di vedermi tifare per James. Per me era giusto così. Mi dispiaceva solo che, praticamente, fosse scappata lasciandomi come uno stronzo.

Due giorni dopo mi arrivo questo messaggio:

Ciao, mi vergognavo. Per questo sono scomparsa. Come faccio sempre. Scappo per non affrontare le cose e faccio male alle persone. Lo so che non è stato giusto. Mi hai fatta stare bene. Mi hai aiutata a capire tante cose, ad apprezzare tante cose, ha recuperare degli sbagli. So che non eri innamorato di me ma ce l’hai comunque messa tutta. Il tuo cuore è con Caterina, non arrenderti con lei!
Lu

Restai basito, un po’ da tutto, ma soprattutto dalla storia di Caterina. Cosa ne sapeva lei? Glielo chiesi. Aggiungendo che se avesse lascito di nuovo James Bond le avrei spaccato i denti.

Scoprii quindi che Lucrezia sapeva tutto di quello che era successo fra me e Caterina. Dopo la serata al Pub aveva deciso di indagare. Si lesse quindi tutti i messaggi che avevo nel telefono (e no, non mi fece piacere), dopodiché fece il terzo grado a Nib che, senza nemmeno farsi pregare, le raccontò più o meno tutto (nemmeno questo mi fece particolarmente piacere).

“Ma davvero a te sta bene così?”
“Sì, Nib. Ti sembra strano?”
“Mah! Alla fine mi sa che sarebbe stato strano se fatto da altri 3 miliardi di persone, non da te...”
“...”
“Cioè, va bene, non eri preso, sapevi che sarebbe durata poco, ma Cristo! Quella era un tronco di patata che ancora devono finire di misurarlo, per te avrebbe fatto di tutto e faccio finta di non chiedermi perché. Poi arriva l'inglese, gliela dà e scompare! Non sei nemmeno un po' incazzato? Geloso? Invidioso? Ferito?”
“Pensa l'Inglese come doveva sentirsi, piuttosto. Oh, l’ho visto ed è un gran figo pure lui!”
“Ma che c’entra adesso?”
“È la legge della giungla e uno così, contro di me, per come ho fatto pure lo stronzo, è normale che vinca... se la vogliamo mettere sulla metafora agonistica. Non mi dà fastidio. Alla fin fine, io non ho provato a fare lo stesso con Caterina?”
“Sì ma che c’entra? Lei sta con … con… faccio addirittura fatica a definirlo ‘merda’”
“Magari il fratello di James dice lo stesso di me”
“Se vuoi vederla così...”
“E poi c'è anche questo...”

Gli feci vedere il telefono

“Ma di quando è?”
“qualche giorno fa”
“Prima dell'inglese?”
“Sì, il giorno prima che me ne parlasse”
“Ma quando Lucrezia t'aveva dato buca e siamo andati al cinema?”
“Esattamente”
“E perché non m’hai detto niente?”
“Non lo so”
“Non lo sai?”
“Boh, immaginavo mi avresti dato una delle tue perle, tipo 'tiralo fuori che tanto a terra non cade' o delicatessen simili... insomma volevo prima rifletterci da solo... poi ci si sono messi gli eventi...”
“E che hai intenzione di fare?”
“Capire che vuol dire”
“a me par evidente...”
“Sì?”
“Sei serio?”
“Certo, è una sorta di richiesta all'ufficio oggetti smarriti?”
“Tu non stai bene”

CAPITOLO 34

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lunedì 2 gennaio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #32


Il Locale
di meschinità e sorprese

Dopo la sera della festa non sentii Caterina per parecchio tempo. Ero offeso, arrabbiato e anche deluso dalla sua mancanza di orgoglio. Poi non avrei saputo che dirle, in effetti sentirla per parlare di quando fosse splendida Lucrezia o per lamentarmi di non essere più libero di scorreggiare sul divano guardando film orribili non mi sembrava una gran mossa. Tendenzialmente, stringendo, non sentivo più di avere qualcosa da dirle.

D’altro canto, Lucrezia aveva la rara capacità di farmi sentire il più grande (e unico) maschio del pianeta, mi faceva sentire desiderato e al centro dell'attenzione, cosa che raramente m'era successa. Mai così a lungo, oltretutto. Per esempio, faceva i salti mortali per passare con me la pausa pranzo (pur lavorando quasi dalla parte opposta della città), mi saltava addosso spesso e volentieri e quasi ogni giorno riusciva a dedicarmi un pensiero particolare o una sorpresa inaspettata, che fosse una cena fuori a sorpresa, un disco che non avevo mai ascoltato o che cercavo da tanto tempo, un massaggio dopocena…

Fra le tante attenzioni che mi dedicava, c'era quello di cucinare per me. Lucrezia era una gran cuoca, aveva talento, fantasia, capacità d'improvvisazione e un'inesauribile scorta di ricette al seguito. Davvero qualcosa di incredibile.

A ripensarci ora mi sento un po’ uno stronzo, perché ad un certo punto, sbottai.

Ricordo chiaramente, ero tornato tardi, estremamente infastidito per una giornata di lavoro di quelle da dimenticare. Quelle dove devi fare anche il lavoro di qualcun altro, in fretta, perché “deve essere tutto pronto per ieri”, ma quello con cui avresti dovuto lavorare è scomparso. Poi l’autobus pieno, minuti interminabili di tragitto sotto un’ascella che non vedeva sapone da mesi, pioggia, l’ombrello che si rompe e arrivi a casa zuppo, con un unico desiderio: metterti in tuta, ciabatte, berti una cosa calda e impersonare l’idea platonica di fallimento sul divano, davanti allo schermo.

Arrivato a casa trovai gente a cena. Amici di Lucrezia e Sonya con cui si festeggiava una qualche ricorrenza del cazzo di Sonya. La cena era pure un po’ fredda perché “scusa, abbiamo iniziato perché altrimenti si freddava tutto e pensavamo arrivassi da un momento all’altro”.

Tutti sembravano star bene, divertirsi, io avrei voluto estinguere la vita sulla terra a furia di meteoriti e cataclismi. L’idea di non avere più un mio spazio mi rendeva sempre più nervoso, sempre più insofferente. M’inventai quindi di avere del lavoro da finire, mi scusai e mi chiusi in camera.

Trenta minuti dopo entrò Lucrezia in camera, cercava una cosa, mi trovo sul letto, con una rivista di musica in mano e le cuffie sulle orecchie. Non disse nulla. Ma nei giorni successivi qualcosa iniziò pian piano a cambiare. Pur continuando ad essere sempre molto presente a tratti riusciva a darmi la sensazione di essere il pensiero di scorta dell'ultimo dei suoi pensieri: poteva scomparire per giornate intere, senza dare alcun segno di vita, dando come spiegazione un semplice “ero impegnata” o “dovevo riflettere” o “poi ti dico”. Poteva chiamarmi dicendo “io sto andando su Marte, parto fra un'ora, vieni o no?” facendomi sentire come un flacone di shampoo, che se ti porti il tuo va bene, ma se te lo scordi non è un dramma, tanto c’è sempre quello dell’albergo...

Erano assenze diverse da quelle di Marta: prima di tutto erano decisamente più sporadiche, benché più profonde e poi perché Lucrezia non mi diede mai l'impressione di dedicarmi esclusivamente i ritagli di tempo, semplicemente (lo capii solo parecchio dopo) pensava così di darmi lo spazio che pensava mi servisse, almeno all’inizio.

Sto divagando. Non sentii Caterina né ebbi sue notizie, per un bel po' di tempo. Lucrezia e Sonya ogni tanto ci riportavano simpatici aneddoti lavorativi su l'Idiota ma nient'altro. Una sera andammo nel famigerato pub chiamato “Il Locale” perché sapevamo ci sarebbero stati degli amici. C'era anche Caterina. C'era anche l'Idiota. Non me ne curai e venne fuori proprio una gradevole serata, evidentemente per tutti tranne che per Loro. Caterina non era mai stata brava a recitare o a nascondere i suoi sentimenti, la sua sorpresa e il suo disagio erano tangibili. Ma davvero impagabile fu la reazione di sconvolta sorpresa de l'Idiota che, evidentemente, era all'oscuro del fatto che io e Nib ce la spassassimo con le sue stagiste preferite e la cosa sembrò dargli estremamente fastidio.

Gli sguardi di quei due furono il motivo principale per cui restai tutta la sera avvinghiato a Lucrezia. Una meschina, ridicola, piccola ma decisamente soddisfacente rivalsa. Ammetto che col senno di poi non fu una cosa particolarmente elegante.

Una volta a casa, Nib disse:

“Sonya mi ha chiesto cos'avesse Caterina contro di noi”
“Quindi non l'ho notato solo io?”
“Penso che anche i muri lo abbiano notato”
“Cos'hai risposto?”
“Ho fatto finta di niente, le ho detto che forse l'Idiota le aveva raccontato di lei e Lucrezia in ufficio e di come facesse il viscido”
“Ah, fa il viscido?”
“Non ti ha detto niente Lucrezia? È una roba assurda, per far di peggio non gli resta che tirare fuori l'uccello in mensa, a quanto pare”
“Interessante, Lucrezia non m'ha detto proprio nulla, ma non c'è stata nemmeno occasione”
“Ma come va?”
“Bene, direi, anche se non sono particolarmente preso, non so perché, ho la sensazione sia un qualcosa a tempo determinato e di prossima scadenza... e, onestamente, è difficile che perdiamo tempo a parlare de l'Idiota...”
Mi guardò strano. Quell'espressione tipica di Nib quando conosce la risposta alla sua domanda e non corrisponde a quello che gli dico. Mi riportò coi piedi per terra:
“Caterina”
“Caterina cosa?”
“L'hai vista poco fa... come va al riguardo?”
“Boh. Spero che lei abbia rosicato però”
“Quindi non t'è passata...”
“Dici?”
“Dai retta a me, non è una cosa che passa”
“Può darsi, in effetti sull'incontro di questa sera ci sto rimuginando parecchio”
“Di sicuro anche lei”
“Con Sonya come va?”
“Va bene come tutte le cose non serie. Io non sono preso, lei non è presa. Ci divertiamo quando ci vediamo ma entrambi cerchiamo altro”
“E ti va bene?”
“Meglio che star soli, no?”
“No”
“Giuro che non ti capisco”
“Dico che è meglio star soli”
“Ma cos'hai che non va?”

“Un fratello con troppo testosterone e stupido come un pezzo di fango”

CAPITOLO 33

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lunedì 26 dicembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #31

Amiche
di frappuccini, carriera e fughe di cervelli

Lucrezia e Sonya si erano conosciute sui banchi di scuola della loro regione depressa. Poi si erano trasferite nella Grande Città per studiare. Presa la laurea avevano tentato la carta dell'estero. Un anno a Londra luogo dove, secondo la vulgata, il mondo si sarebbe accorto di loro e le avrebbe accompagnate al meritato successo professionale.

All’estero le stavano aspettando con un tappeto rosso, pronti a dar loro quei riconoscimenti che in patria venivano negati da quell’ottusità mista a invidia di cui accusiamo chi ci è più vicino.

Come invece accade nel mondo fuori dai blog e dai racconti degli amici degli amici, si erano trovate a dividere un appartamento con della gente allucinante e raschiata via dalla muffa delle rispettive nazioni d'origine. Dopo una lunga serie di vicissitudini, i loro sogni professionali avevano trovato sbocco nel settore commerciale: una faceva la commessa per una linea di vestiti per galline con scarsa autostima in cerca di manzi in discoteca, l'altra serviva bevande per hipster privi del senso del gusto in un noto pseudo bar in franchising.

Il fatto che non fossero nascoste in una cucina ad abbrustolire carne avariata su una piastra o a lavare i piatti era dovuto essenzialmente alla più meritocratica delle caratteristiche: erano carine. Di conseguenza al contatto col pubblico avrebbero attirato (o almeno non allontanato) clienti.

Tutto questo fu vissuto in modo traumatico e doloroso, come solo l’atterraggio al duro suolo della realtà può essere. Fortunatamente, erano sveglie abbastanza da capire che il gioco non valeva la candela e nel giro di un paio d’anni, erano tornate entro i patri confini dove, dopo aver frequentato un corso organizzato dall'Università, vinsero uno stage presso la multinazionale che pagava i pasti a l'Idiota.

In quanto stagiste neo acquisite avevano immediatamente catalizzato l'interesse del coglione che, alla prima occasione utile, le aveva convinte a partecipare ad un party indimenticabile.

Prima che me ne scordi, un’altra caratteristica sgradevole de l’Idiota era il suo assoluto e cieco entusiasmo per tutto ciò che ruotava attorno a lui. Il bar dove prendeva il caffè era bellissimo e il caffè il migliore della città, le sue feste erano sempre incredibili e indimenticabili, i ristoranti che frequentava i migliori, così come i vestiti che comprava, la gente che frequentava, la sua automobile, persino il marciapiede dove camminava era, in qualche modo, più esclusivo degli altri.

Tornando invece a Sonya e Lucrezia, ormai abituate ad una lunga convivenza e a una vita di sogni infranti, scelte coraggiose e condivisioni degli spazi, dividevano una stanza doppia di un grosso appartamento seminterrato abitato da studentesse; ne contammo almeno 5 diverse, cosa che intrigò non poco Nib.

C'è una cosa che può urtare profondamente uno che si alza tutte le mattine per andare a tirare la carretta: condividere gli spazi con degli studenti. Non è per disprezzo spicciolo, il problema fondamentale sono i ritmi diversi di vita che, a meno che non si tratti di studenti zombie, rendono la convivenza inconciliabile. E fu questo il motivo per cui Lucrezia e Sonya iniziarono a passare parecchio tempo a casa da noi.

Nib sembrava estremamente a suo agio, io, per i primi tempi, non vivevo propriamente benissimo la cosa. Non sapevo cosa volevo, non capivo cosa e soprattutto perché lo facessi. Mi lasciavo portare dalla corrente.

Inoltre, il rapporto fra Lucrezia e Sonya era strano. Erano molto amiche, sopravvissute a scelte difficili e a esperienze importanti ma contemporaneamente erano in competizione. Cercavano costantemente di primeggiare l'una sull'altra. Anche io e Nib rientravamo in questa sorta assurda competizione.

Lucrezia era, in fondo, una ragazza estremamente confusa, fragile e a tratti instabile nascosta sotto una maschera da donna-smaliziata-che-non-deve-chiedere-mai. Ed era bellissima. Davvero. Anche troppo, lo ammetto. Di quelle bellezze così estreme che viste sulle copertine delle riviste hanno un senso ma se te le vedi vicino, in giro per casa, ti viene il sospetto di essere di troppo.

Poi c’era un altro problema, a conti fatti era una vera e propria convivenza. In quattro. Di cui due donne. Con un bagno solo. E noi che eravamo poco più addomesticati di due animali da cortile.

Se prima la vivevo male per motivi miei, poi iniziai a soffrire i limiti ambientali. Non penso di essere una brutta persona se penso che ognuno di noi ha diritto ai suoi spazi. Ritrovarmi a non potere reclamare il mio angolo di solitudine per sfogarmi, riflettere o semplicemente annoiarmi quando ne avevo bisogno divenne sempre di più un problema.

CAPITOLO 32

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lunedì 19 dicembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #30

Candido
di disagio, sportelli e lacrime

“Ti ha dato fastidio?”
“No. Nemmeno ricordo come si chiamava”
“Lucrezia”
“Ah, vero... mi è rimasta più impressa Sonya. Più intraprendente...”
“Più intraprendente?”
“Non hai idea, appena siamo usciti dalla casa di quel coglione...”
“No, no, fermo lì. Già il fatto di essere stato con una su cui hai messo le mani addosso mi dà... mi dà... come un senso di sbagliato... di sordido...”
“Il mio fratellino candido”
“Candido un cazzo! Se ci penso non sono a mio agio, tutto qui”
“Però immagino che quando ti ha messo le mani nelle mutande non ti ha creato tanto disagio”
“… non hai tutti i torti”
“Però è davvero bellina, Lucrezia. Mi dispiace ricordarmi così poco”
“Mi ha detto di essersi addormentata subito”
“Mi pare di sì… non ricordo nemmeno di averla spogliata…”
“Ma allora lo fai apposta?”
“Ok, ok, ok. Basta poco per farti innamorare…”
“Non sono innamorato ma di sicuro non mi lascia indifferente!”
“Con quelle tette... quelle lentigini... e quel culo...”
“Dai, cazzo, piantala! Cioè, hai ragione, c'è anche quello, ma è più quel fare così...”
“… da troia?”
“No, avrei detto da gatta”
“C’è differenza?”
“E su! Semplicemente non è ipocrita. È tutto il contrario di Caterina, insomma”
“Caterina è una suora cagna ipocrita?”
“Cagna?”
“Beh, se l'altra che è il contrario è gatta...”
“Sai che forse hanno ragione i ricercatori di Harward?”
“Eh?”
“Il primo figlio è sempre il più deficiente!”
“E ti servivano i ricercatori di Harward? No, ma seriamente, che vuoi dire con la cosa di Caterina? È successo qualcosa ieri?”
“Il delirio lo ricordi?”
“Vagamente, ricordo che stavo per scambiarmi la saliva con quella sbagliata. Ricordo di aver insultato l'Idiota, ricordo che lui se l'è presa con Caterina. Poi quelle mi hanno portato via, ma il resto non vuoi che te lo racconti”
“Esatto”

Gli raccontai quindi del proseguo della festa.

“Fammi indovinare, a questo punto lei ti ha sbottonato i pantaloni, ha visto un geco ed è andata via?”
“Sei veramente il re dei dementi... dammi 5 minuti e trovo un istituto che potrebbe aiutarti…”
“No, ti prego! Non mandarmi via! Potrebbero chiudermi in una stanza di un metro quadro e abusare di me nei giorni dispari!”
“Non penso esista nessuno così disperato da abusare di te!”
“Beh, Sonya e Lucrezia direbbero il contrario”
“Eddai!!!”
“eheheh Insomma, l'hai abbracciata e...?”
“E ha smesso di piangere”
“E...?”
“E ha tirato su il viso e ci siamo guardati”
“E...?”
“L'ho baciata”
“Grandissimo!!! Lingua in bocca e mano sulla tetta!!! Tu mi riempi d'orgoglio!”
“Non sono stato proprio così diretto…”
“Vabbè, bravo uguale!!”
“Bravo una sega! L’ha presa male. Malissimo. Mi ha spinto via... per quanto si può spingere via uno seduto in macchina e si è rimessa a piangere. Ho provato a riconsolarla ma si è messa a urlare come una matta ‘NON TOCCARMI!!! VAI VIAAAA!!!!’”
“Ma non eravate in macchina nostra?”
“Sì. Infatti la cosa, oltre ad avermi stizzito un po', mi ha messo a disagio. Non sapevo se farle notare che, in realtà, era lei a doversene andare”
“E poi?”
“E poi niente. Sono uscito dalla macchina, mi sono seduto sul cofano e ho aspettato si calmasse”
“Hai aspettato si calmasse…” Nib aveva gli occhi al cielo.
“Sì, ho giocato al solitario sul telefono. Mi ha aiutato a calmarmi, a non sentirmi un cretino e a non considerare lei una matta”
“Hai giocato al solitario…” Nib mise le mani sul viso.
“Sì, sei sordo? Ho giocato al solitario!”
“Quella che definisci la donna della tua vita è in macchina tua, che piange a causa sua anche se pensa sia per colpa tua e tu giochi al solitario seduto sul cofano della tua macchina!?”
“Ho fatto una cazzata?”
“No. Se tu avessi fatto una cazzata non ci sarebbero problemi. Ne hai fatte decine e via via più gravi. Questa cosa amplia di parecchio la portata del termine ‘cazzata’”
“Che avrei dovuto fare secondo te?”
“Continuare a baciarla. Tenerla stretta. Avrebbe funzionato. Ancora prima avresti dovuto dare un cartone all'Idiota e abbracciare Caterina davanti a tutti”
“Sì, e magari poi fuggire a cavallo verso il tramonto…”
“A saper andare a cavallo…”
“La vita non è mica un film…”
“ogni tanto dovrebbe esserlo…”

Restammo un po' in silenzio.

“Ma insomma, poi?”
“Poi mi ha fatto cenno di rientrare”
“Tu ovviamente sei rientrato subito?”
“Sì, ho lasciato pure una partita a metà”
“E cosa ti ha detto?”
“Che mi perdonava, che un po' mi capiva”
“Un po' ti capiva…”
“A me ha fatto più incazzare la storia che mi perdonava”
“Ce n’è abbastanza per rimettere su il tribunale a Norimberga”
“Ma non è tutto. Mentre mi diceva sta stronzata, le suona il telefono”
“Non mi dire che...”
“Sì. E sai cosa risponde lei?”
“Non me lo dire...”
“Amore, sì, scusami, ora torno”

Nib mollò una decina di bestemmie

“È quello che ho detto anch’io. E non l'ha presa bene”
“LEI?!!?! LEI non l'ha presa bene?!?”
“Ha detto ‘e ora bestemmi pure?’”
“Non so se voglio che continui...”
“Le ho anche detto che allora si meritava di essere trattata in quel modo”
“Ah, ti sei tolto un sassolino dalla scarpa...”
“Le ho anche fatto notare che a sua volta stava trattando l'unico che cercava di starle vicino e volerle bene gratis come un criminale. E si è incazzata ancora di più”
“Strano, di solito sentirsi rinfacciare le cose fa piacere…”
“E beh, dai, ho fatto male?”
“... Lei che ha detto?”
“Ha detto che come tutti gli altri voglio solo scoparmela, che ha sbagliato a dirmi le cose che mi aveva detto, a darmi la confidenza che mi ha dato e bla bla bla”
“Direi che sì, hai fatto male… poi che è successo?”
“E poi ha aperto lo sportello ed è uscita dalla macchina”
“Finita qui?”
“No.”
“Ti pareva...”
“Ho aperto lo sportello e con voce serissima le ho detto ‘Caterina, pensa bene alle scelte che fai’ poi ho richiuso e sono tornato a casa sfranto”
“La devi smettere con questo vizio di voler avere l’ultima parola. Possibile che tu dica o faccia solo stronzate?” stava ridendo
“Che ti devo dire… lì per lì… poi sono tornato a casa furente di rabbia”
“E hai trovato Lucrezia”
“No, lei l'ho trovata la mattina”
“Penso che ti farà bene frequentarla un po'”
“A te non crea problemi?”
“Affatto”
“Sicuro?”
“Dai, eravamo semplicemente tutti ubriachi ma non abbiamo fatto niente di male. E non penso che Caterina sia una cagna ipocrita... nel senso non nell'accezione normale. Se Lucrezia è gatto, Caterina è cane, quello intendevo... e no, non penso sia ipocrita, semplicemente mi sa di parecchio incasinata. La cosa importante è che tu non ti faccia trascinare verso il fondo. Lucrezia ti farà bene”
“Lo hai già detto. Ripeti sempre le stesse cose, come i vecchi”

“Io sono quello vecchio”

CAPITOLO 31

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lunedì 12 dicembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #29

Poeta
di biscotti e imbarazzo

La mattina mi svegliai di pessimo umore.
Normalmente appena sveglio non sono il massimo della civiltà. Appena sveglio non vorrei mai essermi svegliato. Appena sveglio maledico il sole che girando ha fatto capolino. Appena sveglio maledico il gallo, le sveglie, gli orologi. Appena sveglio odio tutti, soprattutto chi cerca di farmi parlare, chi vuole interagire, chi cerca di ricordarmi che fuori di me c’è un mondo.

Il bello di vivere con tuo fratello è questo. Sei con uno che se non è identico a te almeno ti conosce dalla nascita ed evita di romperti le scatole appena sveglio.

Quella mattina ero di umore peggiore del solito.

Mi alzai dal letto, mi sistemai i calzoni del pigiama, misi le ciabatte e andai in bagno. Una regola mia e di Nib in casa è che se siamo io e lui, non si tira lo sciacquone se uno dei due sta dormendo. In fondo è solo acqua sporca. Meglio un po’ di acqua sporca nel cesso che essere svegliati prima del dovuto. Feci quello che dovevo fare, lasciando tutto lì. Uscii dal bagno con calma, grattandomi i gioielli di famiglia. Non fate finta di niente, è un gesto irresistibile per qualsiasi maschio, specie appena alzati.

Strusciando le ciabatte, feci per entrare in cucina. Sulla soglia, mi cadde addosso qualcosa di morbido e caldo mentre alle mie orecchie arrivavano frequenze fuori posto. Avete presente? In un contesto che conoscete bene non fate più attenzione ai rumori. Ad esempio, nel traffico siete abituati a sentire i soliti rumori: motori, clacson, sgommate. Non prestate particolare attenzione. Non li sentite più. Ma immaginate di accendere il motore e sentire un muggito. Ecco. Quello lo sentireste per bene, vi arriverebbe come una nota stonata.

Come mi succede quando sono ancora assonato, avevo il cervello più lento del normale. Vedevo il mondo al ralenti. E mentre le cose mi accadevano riuscivo a speculare, a farmi domande e a rispondermi come se stessi guardando la vita di qualcun altro alla moviola. Le frequenze fuori posto erano una voce femminile che diceva una cosa come “hey maschiaccio” e la cosa morbida su cui ero impattato era un petto… o meglio… era proprio un bel paio di tette che spuntava da una camicia aperta. Era una camicia di Nib. La conoscevo. Gliel’avevo regalata io. Un po’ sopra le tette, nascosta da cappelli biondi spettinati, c'era una bocca con un’espressione sorpresa che si stava trasformando in un sorriso mascalzone.

Quel sorriso lo riconobbi: era una delle conquiste serali di Nib. A parte la camicia, evidentemente troppo grande, era nuda e con un pacco di biscotti in mano. Davvero un bello spettacolo.
Non mi venne niente di meglio da dire se non:

“Devo tirare l’acqua del cesso”

 Mi girai, entrai in bagno, tirai l’acqua e tornai indietro. Lei era sempre lì.

“Sei un poeta, quindi”

Ignorai la provocazione.

“E tu non hai freddo?”

Anche lei ignorò la mia. Provai a toglierla dall’imbarazzo: le dissi che poteva tornare da mio fratello.

“E se restassi a farmi scaldare da te? Mi sembri contento all'idea” lo disse ammiccando con aria maliziosa verso gli evidenti sommovimenti che mi animavano il cavallo dei calzoni.

“Andiamo a mangiare quei biscotti di là”

La presi per mano e la portai in camera.

E sì. Mangiammo anche i biscotti. E ci scaldammo nella maniera più antica, strofinandoci l’uno sull’altra come se fossimo dei bastoncini per accendere il fuoco.

Fu una cosa decisamente meccanica, almeno da parte mia. Meccanica e imbarazzata. Più imbarazzata che meccanica.

Non sono uno da sesso occasionale, senza un benché minimo coinvolgimento emotivo mi manca ogni curiosità di scoperta. Con Lucrezia feci quello che dovevo, senza remore e timidezza o particolare trasporto. Non mentirò dicendo che il suo fare strafottente e malizioso non avesse fatto colpo e che lì per lì non fosse divertente. Però poi divenne imbarazzante. A un certo punto mi ritrovai a pensare al fatto che avesse passato la nottata con Nib. Ripensai alla notte con Caterina e questo mi fece ricordare perché m’ero svegliato di cattivo umore. A questo, per essere davvero onesti, andrebbe anche aggiunta quell'invidia che provavo da sempre per Nib. Io trattato a merda, lui ubriaco che si fa riportare a casa da una maiala che resta a rimboccargli le coperte.

Lei sembrò non accorgersi particolarmente di tutto questo mio turbamento. Potrei dire che fu soddisfatta di quello che trovò anche se non era proprio quello che cercava. Ma non lo dirò, so bene quanto è facile far credere a un maschio di essere il più grande macho sulla faccia della terra.
Mi disse che capita a tutti di fare cilecca ma non con lei.

“Beh, vaffanculo, ora sì che va meglio”
“Grazie anche a te!”

Poi si girò su un fianco e si mise a dormire io mi rimisi i miei calzoni di pigiama, la mia maglietta e tornai in cucina, col pacco di biscotti in mano, deciso a fare colazione.

In cucina trovai Nib e una mora. Riconobbi anche lei: era sempre una di quelle della sera prima. Pensai per un momento alla nottata intensa di mio fratello e mi sentii come uno sciacallo che banchetta con gli avanzi di una preda uccisa da qualche fiera più grande. Dall'imbarazzo nei loro occhi, mi resi anche conto di aver interrotto qualcosa. Salutai, lasciai i biscotti sul tavolo e tornai in camera sbuffando.

Lucrezia ora era sotto le coperte, rannicchiata. Appena mi sedetti sul letto si girò e mi cinse la vita.

“Con tuo fratello non ho fatto niente… mi sono addormentata sul divano appena arrivati qui… poi gli ho rubato una camicia e mi sono messa più comoda” disse d'un tratto con una voce da gatta che fa la fusa e gli occhi chiusi “e mi sa che è andata bene così…ieri eri proprio carino… anche se m’ignoravi…”

Ieri. Dedussi che in pigiama, spettinato, di umore ritorto e con l’alito degno di un gatto morto causa indigestione da topi e marci perdevo punti.

Che non avesse fatto nulla con mio fratello mi migliorò l’umore, immediatamente, mentre mi mettevo più comodo, mi dissi che Lucrezia non era quello che cercavo, che volevo Caterina e non una ragazza di quel tipo, sebbene trovassi estremamente sexy ed intrigante, oltre alla sua voce, il suo modo di muoversi, guardarmi e accoccolarsi attorno a me.


Non voglio descrivermi migliore di quello che sono stato (o che sono), perché i pensieri sono più lunghi da leggere e scrivere che a passar per la testa. Dall'esterno si sarebbe detto che mi arresi subito e che non feci nulla per dissuadere Lucrezia. E in fondo è così, i pensieri contano poco se non servono a darci la forza per opporci a quello che sentiamo di non dover fare. I pensieri che m'invitavano alla cautela sfumarono nel “io intanto me la godo, pareggiamo i conti... alla faccia di Caterina e di Nib ubriaco che si fa riportare a casa da due maiale che restano a rimboccargli le coperte!”

CAPITOLO 30

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