Citazione

lunedì 28 novembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #27

Idrocarburo
di musica e battibecchi

La festa fu uno spasso.

Nonostante l’imbarazzo non feci nulla per non stare lontano da Caterina e lei idem, ci passavamo vicini, ci sfioravamo. Nib si ubriacò quasi subito. C’era un vino spaventosamente agghiacciante, praticamente un idrocarburo, che gli andò direttamente al cervello senza passare per l’apparato digerente.

Iniziò prima a fare il brillante, attirandosi le attenzioni della maggior parte delle femmine sconosciute presenti (cosa che gli sarebbe riuscita anche da sobrio, con l'emicrania, un un’unghia incarnita, una macchia di sugo sul maglione e la nonna al seguito). Poi iniziò ad esagerare, alzò la musica, si mise a ballare con 3 (tre) di queste. Ballavano solo loro, in mezzo a questo misero salottino con un divano marrone e qualche cuscino a terra. Io e altra gente eravamo sul terrazzo, altri erano in cucina, altri ancora in piedi sulla porta a gustarsi lo spettacolo.

Nib era carico, era un fungo atomico sterminatore, un corpo ormai imbottito di alcol e testosterone, niente e nessuno lo avrebbe più fermato. Io lo sapevo. Io lo conoscevo.

Ne baciò una, una mora, decisamente carina che sembrò stupita ma non contrariata, l’abbracciò, fu ricambiato. Non pago allungo una mano, tirò a sé la seconda, un’altra moretta leggermente meno carina della prima ma, diciamo, con un paio di argomenti decisamente convincenti. Baciò anche lei.
Sentii uno dietro di me bestemmiare e spingere per passare urlandomi nell’orecchio cosa tipo “Puttana! Stronzo!”.

Ma Nib non sentiva, la musica era alta e lui, ormai posseduto da Supersex, era concentrato nel rilascio del fluido erotico. Stava per baciare pure la terza, una bionda dal sorriso mascalzone ormai totalmente alla sua mercé, quando l’Idiota spense la musica.

La moretta (la seconda), si staccò immediatamente da Nib portandosi le mani alle guance e girandosi verso di me con gli occhi sgranati. Non guardava me, ma il ragazzo che, se non lo avessi prontamente fermato, si sarebbe gettato su Nib o su di lei come un ultimate warrior qualsiasi.

Voltandosi verso lo stereo, Nib disse: “Chi è quel mentecatto figlio di un dio nano che ha staccato la spina?” Si fermò mettendo a fuoco l’Idiota per qualche frazione di secondo “Ah, scusa… chi è quel mentecatto, figlio di un dio nano, coi calzoni a quadretti e le scarpe da ritardato che ha spento la musica?”. Attorno c’era il putiferio, il ragazzo della moretta inveiva e cercava di liberarsi da me e da altri che lo tenevamo dicendogli, dai, non è successo niente, non si sono mica baciati, hai visto male, ballavano solo, tranquillo. L’Idiota, effettivamente con calzoni a quadretti (in realtà erano calzoni color beige-cacchetta con motivi scozzesi di un noto stilista) e con scarpe curiose (una sorta di mocassini neri con una suola indecentemente alta e dentellata, tipo scarpe ortopediche con carrarmato per lo spazio, anch’esse di un noto designer di calzature), era rosso in volto e aveva assunto una posizione da padre severo. E su tutto ciò Caterina rinunciò a trattenere le risa.
Al suono della sua risata tutto sembrò cristallizzarsi, urla, voci, rumori si fermarono all’istante, tutti guardarono lei con le mani sulla bocca che cercava di fermarsi e poi guardarono l’Idiota. La ragazza di ultimate warrior scappò in bagno, la bionda e la mora iniziarono a raccogliere le loro cose. Nib in piedi come un cretino si grattò il mento.

E lì si consumò la tragedia. L’Idiota guardò Caterina e le si avvicinò urlando “Cosa cazzo Vidi, cVetina?!” la prese per un braccio strattonandola e portandola via urlandole nell’orecchio “Cos’hai da VideVe, bVutta deficiente?!?!”. Uscirono dalla porta del salotto, lui continuava ad urlare, poi sì sentì sbattere una porta e dedussi si fossero chiusi in camera. Ultimate warrior si diresse verso il bagno, non prima di aver urtato Nib con la spalla. Ma lui non gli diede peso, la bionda lo aveva preso per mano e lo stava tirando verso la porta d’uscita.

Mi avvicinai allo stereo. “Beh, una gran festa riuscita” dissi. E rialzai un po’ il volume, quel tanto che bastava per coprire gli strilli dell’Idiota e di Caterina. Ma non quelli di Ultimate.

Tempo 20 minuti e tre quarti dei presenti, fra cui Nib, se n’erano andati, chi inventando una scusa, chi scomparendo. Qualcuno, fra cui il sottoscritto, cercava un po’ di rassettare. Ultimate era passato dal “puttana puttana” al “dai gattina esci”. Gattina uscì, si abbracciarono, e andarono via anche loro.

Passarono altri 20 minuti. Rimanemmo in 5. Eravamo ormai indecisi se passare pure lo straccio per terra, non avevamo più niente da riordinare, avevamo pure lavati i piatti.
Ero di ottimo umore. Sì, certo, mi dispiaceva per Caterina ma pensavo anche che una bella overdose di realtà le potesse far bene, dopo una scena così pensavo che non avrebbe più potuto sostenere tesi fantascientifiche tipo che non fosse davvero un inutile minchione.
Mentre cercavo di convincere il resto della risicata truppa a proseguire la serata in un pub, la porta della camera si aprì, uscì Caterina di corsa urlando un “mavvatteneaffanculo!” fra le lacrime, ci passò in mezzo e uscì di casa. Si affacciò l’Idiota dalla stanza, sguardo superbo, guance rosse, ci guardò accendendosi una sigaretta:

“Le donne sono tutte cVetine… scusate la scena di Cate e gVazie per essere venuti… e tuo fratello o lo lasci a casa o lo tieni a bada, la pVossima volta”

“Riferirò, tu però prova a vestirti come una persona normale… provaci almeno, eh!”

Uscii gongolante, mentre il resto della truppa salutava più formalmente.

Il nuovo capitolo lunedì prossimo (5  dicembre) e sempre intorno alle 10
Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 21 novembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #26

Zigulì
di nascondigli e nascondini

Passarono i giorni e le settimane e forse anche un mesetto buono. In questo lasso di tempo i contatti con Caterina erano sporadici, una telefonata, uno scambio di messaggi. In un tardo pomeriggio andammo insieme al cinema. L'Idiota era, tanto per cambiare, a fare altro.

Il giorno dopo mi svegliai bene, di quel buon umore quasi ai limiti dell’euforico di quando ti svegli e vedi che la vita va per il verso giusto e che i giorni non sono tutti un susseguirsi di meccaniche ripetizioni delle stesse abitudini. Il risveglio di quello che è sopravvissuto ad un frontale in auto senza nemmeno un graffio, di quello vivo per miracolo.

Non era successo niente e contemporaneamente era successo tutto, in un niente, giorno dopo giorno, ero entrato nel mondo delle possibilità. Mi chiesi, come tutte le mattine, se era il caso di importunare nuovamente Caterina. Decisi di fare il sostenuto per tutta la giornata e fu un’autentica tortura.

Mi sentivo come quando da piccolo rimediavo delle caramelle o dei dolcetti. Ne avevo fatto a meno per settimane, mesi, senza che questo mi pesasse, ma appena ce li avevo fra le mani non riuscivo a smettere di mangiarne fino a rimanere nuovamente senza.

Ricordo quando qualcuno mi comprò un pacchetto di Zigulì. Ne mangiai immediatamente la metà, poi decisi di centellinarle, di seguire il consiglio che mi davano tutti: “non mangiartele tutte insieme, fattele durare”. Allora me le nascosi facendo quello che solo la mente meravigliosa di un bambino può concepire. Le misi fra due libri, nella libreria della cameretta che spartivo con Nib, e mi misi a giocare. Me ne dimenticai volontariamente. Mi fregai da solo.

Le ritrovai solo mesi dopo, per sbaglio, giocando con i libri. Ricordo la sorpresa, il gusto di trovare un dono inaspettato, le mangiai. E solo dopo averle finite ricordai di averle nascoste io e perché.

Nei primi momenti di approccio con una ragazza sono ancora un bambino con un pacchetto di caramelle che cerca di non bruciarsele subito tutte, che si sforza con sé stesso di distrarsi, di pensare ad altro, di centellinare l'entusiasmo. Appena mi accorgo di essere nel mondo delle possibilità smetto di trattenermi: telefono, messaggio, sono presente. A pensarci bene solo con Marta è stato diverso. A posteriori è facile trovare un senso alle cose.

Nascosi le mie Zigulì per tutto il giorno fino a notte e il mattino dopo trovai due messaggi di Caterina

mi sa che ti sei già scordato di me

seguito da

Dopodomani ho invitato un po’ di gente qui da noi, venite?

Il secondo lo aveva ricevuto pure Nib che rispose affermativamente. Quel “qui da noi” non mi andò giù. Mi rese indigesta la colazione e mi mandò di traverso la giornata. Non risposi ai messaggi considerandomi un imbecille per aver creduto che qualcosa fosse possibile.

Quando arrivammo a casa dell’Idiota, ci aprì la porta Caterina, la vidi felice, dietro di lei l’Idiota. Mi tornò in mente un momento poco edificante della mia storia.

Ero decisamente più giovane, stavo con Luciana, studentessa fuori sede, tanto per cambiare, e un’estate decise di invitarmi per ben un weekend nella sua casa al mare con l’ordine tassativo che io non dovevo essere io, che non avrei dovuto dare l’idea che stessimo insieme. Si trattava di una sorta di villino prefabbricato di due piani. Lei era al piano terra, la zia al secondo. Ci sarebbero dovuti essere la cugina Luisa che mi conosceva, l’altra cugina Arianna che non doveva sapere di me e soprattutto il fratello Paolo che, se solo avesse sospettato, mi avrebbe staccato la testa cacandomi nella trachea. In più poteva capitare qualche zia a contorno, quindi mi sarei dovuto guardare le spalle.

Si prospettava un fine settimana di tutto relax anche perché il fratello conosceva il mio vero nome, perché da bravo romantico avevo passato le settimane estive precedenti scrivendo alla pulzella romanticissime e imbarazzanti lettere manoscritte, insomma quelle cose per cui uno potrebbe essere ricattato a vita, dove in pratica stai scrivendo “sono cretino, sono un mentecatto, sono un coglione, sono un imbecille, sono misero, sputatemi addosso” ma te ne rendi conto solo quando, un mese dopo, ci ripensi.

Decisi quindi che sarei stato Oronzo. Tutti d’accordo. Io mi pregustavo un po’ la scena, questo temibile Paolo mi era stato descritto come uno stronzo del secolo scorso. Quelli che la femmina deve stare zitta e chiusa nell’unico luogo che le compete, la cucina, a pulire verdura, rammendare calzini bucati e fare caffè per poi andarsene solo una volta sposata con qualcuno che avesse ottenuto il benestare del padre padrone.

E quindi a un minchione di questo calibro sei ben disposto a fare qualsiasi cosa.

Il terribile fratello invece era una bravissima persona, avevamo anche delle cose in comune. E mi sentii l’ultima delle merde schiacciata su un bollente marciapiede d’agosto a prenderlo in giro. L’amore, è noto, porta a fare un sacco di cretinate, prima fra tutti quella di fidarsi della gente sbagliata. Luciana era una persona sbagliata, la più classica femmina con più complessi della vitamina B tutti sfogati contro e sul prossimo.

E, insomma, noi siamo lì, io e Paolo, che parliamo e facciamo gli spiritosi cambiandoci dopo il mare. Lui mi chiede se conosco quello che fa il filo alla sorella, prima nego, poi mi fa il nome e mi faccio prendere la mano. “Lo conosco” gli dico “è uno un po’ coglione” e giù d’insulti a me medesimo. Ride, Paolo. Rido anch’io. Ridono un po’ tutti. “Ahahah mia sorella giusto un coglione poteva rimediare! Ahahahahah!”. Io e Paolo ci diamo sonore pacche sulle spalle. Ormai è fatta, Oronzo ha vinto la sua fiducia, ha fatto breccia. E ovviamente la tragedia è prima che dietro l’angolo.

Mentre noi ridiamo, Laura saluta, che se ne va, e mi saluta col mio nome, io faccio finta di niente, rido di grosso. Paolo smette di ridere “Come t’ha chiamato?”, faccio lo gnorri. Laura arriva di corsa, mi prende per mano e mi porta via.

Vengo nascosto nella casa della zia (al piano di sopra). Dove vengo tenuto tutta la notte.

Mi si racconta che Paolo è feroce, che gira attorno alla casa con coltelli, fucili e bombe a mano.

A me la cosa non interessava particolarmente, volevo solo fare sesso con Luciana, onestamente. Ma non mi fu permesso, perché lei aveva troppa paura e volle la cugina Arianna sempre con noi.

Ricordo chiaramente che mi sentivo come un camorrista traditore il giorno prima di essere nascosto dalla polizia, quando capisce che il boss ha saputo del suo tradimento e ha chiesto la sua testa su un vassoio d’argento.

Ovviamente erano tutte cazzate, frutto della peculiare visione della realtà di Luciana, ma che interpretasse la realtà in quel modo tutto personale lo capii solo dopo tanto tempo. Lì, quella sera, in quella stanza mi sentivo pure in colpa per aver preso per il culo il povero fratello che aveva tutto il diritto ad essere incazzato.

Passata la nottata (in bianco) decisi che non mi andava di passare un’altra giornata da recluso. Preparai il mio zaino, presi la mia roba, ingoiai la vergogna e andai al piano di sotto. Salutai Paolo, mi scusai per l’accaduto e me andai a prendere la corriera.

Ecco. Guardando negli occhi l’Idiota provai vergogna.

La stessa identica vergogna che provai quando Paolo mi chiese “come t’ha chiamato?”.

Poi mi resi conto di com’era vestito, feci mente locale e la cosa un po’ mi passò. Già, perché Paolo era una brava persona con una sorella un po' cretina e l’Idiota era … beh era l’Idiota, senza attenuanti.

CAPITOLO 27

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 14 novembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #25

Jon Grumo
di ipotesi e canzoni

A parole e con Nib ero bravo a fare il fenomeno. La storia del coccodrillo non so nemmeno da dove mi fosse venuta. Ero orgoglioso di me stesso. Ma erano solo idee, parole, proiezioni di qualcosa a cui non sapevo se fossi capace di tener fede.

Forse avevo semplicemente descritto quello che avrei voluto essere oppure stavo gettando le fondamenta di un bel castello di idee elevate dove ripararmi in modo che il fallimento non fosse colpa mia.

Invidiai Nib, lui sarebbe andato al punto. Entrambi non eravamo troppo portati per la strategia, lui però riusciva a mantenere un approccio diretto, senza strafare. Metteva semplicemente le cose in chiaro, del tipo “io sono io, voglio te e non accetto un no”. E funzionava. Non ricordo sia mai stato rifiutato. Mai. Eppure dopo un po’, spento il fuoco, finiva tutto, spesso male.

C’era una correlazione o lui, semplicemente, puntava sempre su quelle sbagliate, distratto magari da una quinta o da un bel paio di chiappe?

Non arrivai ad una risposta perché Caterina si fece largo nei miei pensieri. La immaginai tornare a casa, chiudere la porta piano, e al buio lasciare le chiavi in uno svuota tasche, togliersi il cappotto, appenderlo a un attaccapanni, togliersi le scarpe e andare al bagno cercando di non far rumore. La immaginai chiudere la tazza con un’espressione di fastidio. Sedersi, rannicchiandosi con le ginocchia al petto e restare lì, a riordinare i pensieri, magari riscorrendo i messaggi del pomeriggio sul cellulare.

Si sarebbe lasciata cullare dal ricordo o si sarebbe fatta sopraffare da un subdolo senso di colpa? Avrebbe pianto? Avrebbe sorriso? Non potevo saperlo. Di una sola cosa ero certo, comunque fosse andata, ad un certo punto, sarebbe andata in camera da letto, si sarebbe spogliata e infilata sotto le coperte. Di fianco all’Idiota. L’ultimo pensiero mi fece male. Capii però che non dovevo “distogliere i pensieri”, dovevo accettare la situazione se volevo mantenere un equilibrio fino alla fine, qualunque essa fosse. Dovevo accettare che lei sarebbe tornata da lui ogni sera, che si sarebbe svegliata al suo fianco, che lo avrebbe carezzato, che si sarebbero baciati, che magari avrebbero fatto l’amore. Magri solo sporadicamente, controvoglia, senza alcuna soddisfazione reciproca magari a causa di alcune precocità estreme di lui...

Ma quale sarebbe stato il mio ruolo? Io sarei stato un tarlo? Un’idea fissa? Una speranza? Un senso di colpa? Una crepa destinata a far crollare il muro o ad essere imbrigliata dallo stucco?

Le mandai un messaggio. “Buonanotte” scrissi. Alla faccia del coccodrillo che aspetta il momento propizio per scattare. Nemmeno il tempo di sentirmi un cretino, ed ecco la risposta:

vorrei essere ancora in macchina con jon grumo che canta per noi

Non riuscii a trattenermi dal rispondere “as no good reason remains, I'll do the same...”, una strofa della canzone a cui faceva riferimento. Sapevo che non dovevo continuare, che era meglio interrompere lì lo scambio di messaggi. Ma era come averla di nuovo vicino a me e lontana dal letto dell’Idiota. Sapevo di tirare un filo sottile, sapevo che se si fosse rotto non avrei più potuto ripararlo. Ma ormai il danno era fatto. Decisi di non rispondere altro. Sperai che anche lei condividesse il mio stato d’animo. Rispose con un’altra strofa della canzone “...One day a ship comes in. Buonanotte”. Scelta a caso? Fortissimamente voluta? Curioso che fra la strofa scelta da me e quella scelta da lei ci fosse in mezzo un “thinking of you”.

Sì, lo ammetto, ero in disgustoso tunnel da pattume romantico e non facevo altro che supposizioni. Inutili supposizioni. Una cosa sola era certa: era sveglia, col cellulare in mano e il mio messaggio non l’aveva in alcun modo presa in contropiede, quindi era ancora lontana dall’Idiota.

L’idea mi rasserenò e mi permise di guardare al domani con ottimismo. E godermi il sonno dei giusti.

CAPITOLO 26

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 7 novembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #24

Confronto
di orgoglio e coccodrilli

“Sveltina in macchina?”
“Cosa?”
“Sveltina in macchina. Sai, calzoni mezzi calati, le chiappe in mostra dal vetro davanti, lei che si lamenta perché ha un poggiatesta in una costola ma tu prendi il tutto come un inno alla tua maschia potenza…”
“Definizione di un cruciverba?”
“No, farina del mio sacco e non stai rispondendo”
“No”
“Cioè? Non è farina del mio sacco? Ti ho picchiato per molto meno”
“Non mi hai mai picchiato”
“Forse una volta. Ma non stai rispondendo”
“No”
“Non vuoi rispondere?”
“Niente sveltina”
“Cioè? Tu in 48 minuti sei uscito, sei arrivato oltre le colonne d’Ercole, ti sei fatto una comoda scopata come Dio comanda, sei tornato indietro e hai pure parcheggiato? Lo sai che sotto i 10 secondi può essere un problema?”
“Secondo me tu sei stato adottato”
“Me lo diceva anche mamma!”
“Ho trovato posto subito e non c’era traffico. E non abbiamo fatto niente”
“Giochi di mano?”
“Giochi da villano”
“Coglione”
“Ehehehe! No, niente di niente”
“Limonato prepotente?”
“No”
“Lingua in bocca e mano su una tetta?”
“No”
“Sei una delusione”
“Me lo diceva anche papà”
“Devi darmi delle spiegazioni”
“Ti fidi di me?”
“No”
“A posto”
“Dai, cazzo, cosa è successo? Che ci faceva Caterina a casa nostra? Che ci faceva Caterina con te? E dov’è l’Idiota?”
“Andiamo per gradi. Sai come la penso su di lei”
“Appunto”
“È incasinata. Sta con l’uomo merda e fa finta di non saperlo. Sai, quelle questioni di orgoglio, tipo il Senegalese con cui parlammo quest’estate”
“Quello che all’umiliazione di tornare a casa preferiva vivere da mendicante qui scrivendo lettere ai genitori in cui millantava una posizione sociale invidiabile?”
“Esatto”
“Quindi è solo una questione di orgoglio personale?”
“Più o meno, sarebbe ammettere col mondo di aver sbagliato”
“Vabbè, dai, non ci sta col cervello”
“Sbagliamo tutti, eh!”
“No, cazzo, io posso sbagliarmi e mettere poco sale nella pasta, non a condividere il letto con l’Idiota…”
“Devo ricordarti Viola?”
“...colpito e affondato”
“Ecco. Quanto c’hai messo a lasciarla?”
“Beh, un pochino”
“Nib!”
“Forse un po' di più...”
“Comunque troppo. E mi pare che lei sia in una situazione simile. Sta con un imbecille, ma in fondo ha delle qualità, potrebbe lasciarlo, ma lui ci starebbe male e poi perché lasciarlo o per chi? Magari non andrebbe bene lo stesso e bla bla bla”
“Mi sa che la fai troppo complicata. Secondo me il punto è che non sai mai se è colpa tua o colpa sua”
“Dici?”
“Sì. Per quanto ce la raccontiamo, nessuno ha la coscienza pulita alla fine. Sensi di colpa, mancanze, rimorsi, rimpianti. Cose fatte male. Cose che si potevano fare meglio… sai, questa roba qui”
“Ti preferivo quando facevi l’imbecille”
“Dai, ogni tanto fammi fare il fratello maggiore. Anche se non ho ancora capito cos’hai intenzione di fare”
“Io ancora niente”
“Bella strategia!”
“Faccio il coccodrillo”
“Piangi?”
“no, resto fermo”
“Utile”
“Sto fermo. A bocca aperta. Faccio finta di vedere il mondo che passa senza curarmene aspettando il momento in cui il destino mi confonderà con lo sfondo, si dimenticherà di me, mi sottovaluterà e mi darà le spalle”
“E poi?”
“A quel punto scatto e mordo quello che trovo. Poi succeda quel che deve succedere”
“Non ti capisco, io le chiederei di scegliere”
“Io no”
“Capisco perché di donne in quella stanza ne passino poche”
“Non credere che non lo vorrei. Ma alla fine cosa otterrei? Dico, anche se venisse con me, non potrebbe restare coi dubbi? Mi piacerebbe altro. Mi piacerebbe che la scelta se la meditasse per bene. Non la voglio influenzare. Non penso che Caterina si meriti il pressing, la pressione, l’obbligo di scelta al buio”
“mi pare una cazzata”
“mettila così, una che cambia uomo dall'oggi al domani, dietro richiesta, ti ispirerebbe fiducia?”
“Intanto me la darebbe!”
“Dai, imbecille! Dico sul serio”
“Beh, che ne so, fai domande complicate”
“Domande complicate per gente complicata. Caterina è complicata”
“Bah! In fondo la conosci più te di me. Non ti capisco, ma mi adeguo. Ma nella pratica?”
“Nella pratica esattamente come prima”.

CAPITOLO 25

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 31 ottobre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #23

Macchina
di saluti e abbracci

Presi le chiavi della macchina e uscimmo. La macchina non era parcheggiata troppo distante. Poi dici che non devi maledire il caso… come quando devi fare una cosa mentre sei al volante e dici “al primo rosso la faccio” ed è la volta che becchi un’onda verde come mai ne hai incontrate in vita tua. Quella sera, quella sera che ero in giro, di notte, con Caterina e che mi avrebbero fatto comodo due passi romantici, la macchina era lì, dietro l’angolo, a meno di 20 metri dal portone. Roba che normalmente non è a meno di 2 isolati. Ma quel pomeriggio Nib aveva trovato subito postovicinocasacheculo!

Salimmo in auto in silenzio. Accesi il motore. Accesi le luci. Misi un po’ di musica.
“Dove ti porto? La notte è ancora giovane!”
“Dai, domani devo lavorare… portami a casa, per favore”
“Va bene… da l’Idiota?”
“Eh già...”

Conoscevo la strada. Mi disse che si era trasferita da lui da pochissimo che era stato molto restio perché non si sentiva pronto alla convivenza. Che fossero fesserie non lo dissi. Non le dissi nemmeno che quella era la prova del fatto che lui, di lei, non fosse eccessivamente interessato. Commentai invece che ognuno era fatto a modo suo e aveva dei tempi per fare le cose. E lo dissi infilandomi mentalmente un cacciavite in un testicolo.

Come ad interrompere ogni successivo sviluppo del discorso esclamò “bellissima questa!” alzando di 6-7 tacche il volume della radio. Era “200 Days” di John Grumo. Ascoltammo musica per tutto il non breve tragitto e parlammo solo per commentare quello che usciva dalle casse.

Mi fermai in doppia fila davanti al portone di un palazzo che aveva un disperato bisogno di essere ristrutturato, in una zona studentesca fatta di edifici nelle medesime condizioni. Nemmeno un cane in strada. Nemmeno veicoli. Accesi le quattro frecce. Spensi il motore. Lei tolse la cintura.

“È stata una bella serata” dissi spingendo le mani contro lo sterzo per stiracchiare le braccia “spero si ripeta…”

Mi cadde addosso. Cioè, la prima impressione fu che mi fosse caduta addosso. Invece mi stava abbracciando, in quel modo goffo in cui si può abbracciare la gente seduta sui sedili anteriori di una macchina, specie se uno dei due non è pronto, è legato con la cintura di sicurezza e aveva ancora le mani sul volante.

Si strinse, con il viso tuffato nell’incavo della spalla e restò così. Non sapevo che fare e dopo i primi secondi di tentennamento l’abbracciai a mia volta. Un altro abbraccio goffo, ovviamente. Dopo alcune decine di secondi allentò la presa e mi baciò sulla guancia

“Grazie, è stato tutto bellissimo… e anche molto… molto intenso… no… sbagliato parola… insomma… tante sorprese e… devo pensare a un sacco di cose… grazie. Non mi divertivo tanto da molto” aprì la portiera e uscì, andò di corsa al portone, poi tornò indietro, riaprì la porta “Ringrazia anche Nib!”. Tornò al portone, impiegò un tempo impossibile a cercare le chiavi nella borsa, aprì e scomparve inghiottita dal palazzo malconcio.

Mi sentivo come se fossi arrivato primo alle olimpiadi e contemporaneamente solo come un cane

CAPITOLO 24

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 24 ottobre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #22

Improvvisazione
di spalle, pelouche e ribaltoni

Usciti dalla sala da tè ci salutammo con naturalezza, come se non ci fossimo confidati nulla, come se il mondo fra le righe fosse inesistente.
Rimasi fermo guardandola andar via, mi sentivo come uno spaventapasseri in un campo abbandonato e in pieno inverno. Certo, avevo detto che poteva andar bene così, ma ovviamente mentivo e lei doveva averlo ben compreso.

Quindi la rincorsi.
“Ti va di cenare? Intendo insieme… tipo… da me, a casa? Poi ti riporto, eh!”

Feci del mio meglio per non farle capire che il reale invito era “vieni a casa mia a strapparci i vestiti di dosso?”. Fece un passo indietro, mi guardò, poi guardò l’ora sul telefono.
“Ehhh non lo so…”
“Se non vuoi non preoccuparti”
Indossai l'espressione da peluche abbandonato su uno scaffale di un supermercato.
“No, in realtà mi piacerebbe… è che avevo un impegno in realtà…”
La mia espressione da peluche abbandonato in balia di cani randagi bavosi, puzzolenti e incazzatissimi.
“...dovevamo andare al cinema…”
La mia espressione da peluche fatto a pezzi da molossi infernali.
“anzi… strano che non mi ha nemmeno mandato un messaggio…”
La mia espressione da peluche che guarda il molosso infernale contorcersi per un bottone andatogli di traverso.
“...’spe’...”
la vedo cercare un numero in rubrica. La vedo portare il telefono all’orecchio. La vedo girarsi dandomi il fianco. La vedo attendere e lanciarmi occhiate nervose.

“Amore! Ciao! Io? Sto tornando a casa… sì… fra una mezzora… sì… un attimo… sì, aspetta… volevo chiederti… sì sì veloce, veloce, due secondi… questa sera, poi?”
La vidi irrigidirsi e darmi le spalle. Facendo finta di farmi i cavoli miei con il lettore mp3 aguzzai le orecchie.
“Ah! Mi… non mi ricordavo… gli amici del poker… ma non avevamo la serata.... No? No… non avevo capito… Ermanno?!?… ah ok... no va bene... cioè mi dispiace... però... ok amore, divertiti. Ciao” Sospirò e portando l’indice sul tasto rosso mormorò con tono triste “anch’io, bacio”.

Si girò di scatto, feci finta di non vederla, ostentando concentrazione sul lettore che avevo in mano.
“Tutto risolto”
“scusa?” feci finta di essere tornato alla realtà ma avevo lo sguardo del peluche che si è trasformato nel Punitore e sgominato la banda di molossi narcotrafficanti a furia di mitragliate
“Sì, l’impegno è saltato”
“Beh, allora andiamo!”

Ci incamminammo verso la fermata dell’autobus dove ebbi un rapido scambio di messaggi con Nib:

Fatti trovare vestito
Gnocca?
VESTITI! PULISCI IL CESSO!
Gnocca! Bravo!
COGLIONE

Poi le dissi che ci sarebbe stato anche mio fratello a cena e lei si disse contenta e sembrò realmente sollevata dalla cosa, evidentemente passare una cena e un dopocena nelle mie grinfie non doveva metterla propriamente a suo agio.

Parlammo molto aspettando l’autobus, parlammo molto sull’autobus, Scendemmo con qualche fermata di anticipo per goderci la passeggiata e continuammo a parlare.
Parlammo di tutto quello che ci veniva in mente, con la naturalezza di quando stai bene con qualcuno senza più l’ansia di dire o fare la cosa giusta.

Passammo per un supermercato e poi arrivammo a casa. Trovammo la tavola apparecchiata, il gabinetto pulito, un aperitivo pronto e Nib vestito che salutò Caterina guardandomi con gli occhi sgranati con un punto interrogativo dentro.

La cena fu estremamente piacevole. Mangiammo, ridemmo, chiacchierammo, Nib raccontò aneddoti imbarazzanti sul sottoscritto e ad un certo punto arrivò quell’ora dove o ci si apparta raggiungendo il letto più vicino o si va a casa.

Mi chiese di riaccompagnarla a casa.

CAPITOLO 23

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 17 ottobre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #21

Surreale
di specchi e sottintesi

“Mi piace quando sei vicino, mi piaceva essere in tua compagnia… “
“Sì, ma tu stai con l’Idiota!”
“Lui è il mio ragazzo… gli voglio bene… sono innamorata… però poi ci sono delle persone … degli amici… con cui sto bene… che sono più di amici, insomma… e tu sei un amico di questi… anzi… forse lo sei ancora più degli altri… sono una frana…”
“Ma se non ci fosse l’idiota tu vorresti stare con uno di questi amici-più-di-amici?”
“Sì… No… non lo so… forse… non ci ho mai pensato in questi termini… ma penso di… boh”
“Senti, sarò chiaro, non capisco come tu possa stare con un imbecille come quello”
“Ma con me è diverso… tu vedi solo una maschera… lui non è così…”
"Questa risparmiatela per raccontarla allo specchio"
"A chi?"
"Allo specchio, quando ti guardi in faccia la sera e lavandoti i denti ti chiedi perché continui a stare con un mentecatto e la te riflessa sputando la schiuma risponde che è per abitudine e pigrizia"
"..."
Forse avevo esagerato.
"Io lo AMO!" sì, avevo esagerato e si stava arrabbiando.
"No. Tu ami l'idea di esserne ancora innamorata, perché forse all'inizio lo sei stata davvero, con tanto di farfalle nella pancia, forse eri in un momento di debolezza o bassa autostima o avevi semplicemente conosciuto gente ancora peggiore di lui. Ma ora non è possibile, non saresti qui".

Non è vero, questo non lo dissi, lo pensai, oh se lo pensai. Ma dirlo?
Troppo rischioso, sarebbe stato un suicidio fatto e finito, mi avrebbe dato dello stronzo, lanciato la tazza (piena) addosso e sarebbe uscita per sempre dalla mia vita. Indossai quindi la migliore delle mie facce da culo e più falso di un Giuda con una banconota da 3 euro in mano risposi:

"Ok, scusami... sono stato ingiusto"

Lei restò un po' in silenzio guardando nella tazza, con una tale intensità che mi venne il sospetto ci stesse leggendo il futuro.

"Mi sa che ho fatto male a volerti incontrare... mi ero fatta un film... che finiva con me in lacrime a commiserarmi per la mia pochezza. E non è andata come pensavo. Io pensavo che non mi calcolavi... e che eri pieno di donne... e... e.... sono confusa. È un po' che lo sono ma tu non hai diritto a dirmi certe cose."
"Hai ragione, scusami ancora. È che nessuno merita di essere trattato in quel modo".

Sentirmi dire una cosa del genere mi fece sentire in colpa. Mi stavo scusando per la verità, stavo dicendo il contrario di quello che avrei voluto. Ma avrei dovuto? Il suo mondo stava per cadere a pezzi, la crepa era evidente, accelerare l'inevitabile non sarebbe servito a niente se non a farla stare peggio. Mi venne in mente la polemica che avevo fatto a mio fratello per la storia del meritare e mi venne da ridere. Risposi allo sguardo interrogativo di Caterina raccontandole tutto.

"Sono d'accordo. Anche secondo me Marta non ti meritava"
Mi stava provocando? Non aveva capito niente? Sottintendeva altro?
"E chi mi meriterebbe?"
"Qualcuna che non ti mortifica ignorandoti e che ti sopporta quando fai lo stronzo"
"Avvertimi se la trovi. Tornando a noi, come la risolviamo?"
"In che senso?"
"Nel senso che immaginare di rivederti in veste di tuo amichetto preferito sapendo che sei innamorata di uno che considero migliore della merda solo perché si pettina mi mette a disagio, soprattutto se è nei paraggi"
"Saaaaaai! Poverino. E comunque mica ha detto nessuno che dobbiamo vederci sempre sempre quando c'è lui, no? Possiamo anche vederci noi. Lui lo sa che mi sei molto simpatico, mica è uno geloso e poi non dobbiamo fare nulla di male."
"Quindi è risolta così?"
"Se a te va bene..."
"A me può andar bene."

CAPITOLO 22

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 10 ottobre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #20

Silenzi
di zen, biscotti e pause

La portai in una sala da tè.
Il termine “sala” non rende l’idea, era un posto simile a un pub elegante, dove invece di birra servivano tè da abbinare con biscotti strani. Tutto molto zen, rilassato, silenzioso, sotto l’insegna “il profumo dell’acqua”.

Mi resi conto che avevo avuto un gran culo, era il locale perfetto e mi era venuto in mente per caso, cercando di richiamare alla memoria dei posti in zona. Entrammo, Caterina si sedette ad un tavolo riparato, la cameriera ci portò i menù con centinaia di tipi diversi di tè e dolcetti da abbinare.

Dopo aver sfogliato le pagine ruppi il silenzio:

“Sono nel più profondo delirio decisionale”
“Anch’io… non ci capisco niente… però questo sembra buono…”
“Quello alla frutta? Sì forse, hai ragione… scegliamone due diversi però…”
“Allora io prendo questo e tu questo qui!” mi disse indicando sul menù.

Mi adeguai, ordinammo e restammo in silenzio, guardandoci attorno. Finché non arrivarono i nostri tè. Sul vassoio c’erano due piccole teiere in ghisa, piene di acqua bollente e con le foglie in infusione e due mug diverse fra loro sia di forma che di colore.

“Forse ora il giaccone puoi toglierlo…” le dissi.
“Eh??! Oddio!! Non mi ero resa conto di essere ancora tutta infagottata, stavo così bene al calduccio! Però mi sa che hai ragione…” iniziò a spogliarsi ridacchiando. Nel frattempo arrivarono anche i dolcetti: biscotti per me e una torta soffice per lei.

“E così ti mancavo ma non ti mancavo…” dissi quasi fra me e me.

Caterina arrossì, ma non disse nulla, prese la sua teiera, si versò un po’ di infuso nella tazza e respirò il vapore con occhi chiusi ed espressione godereccia. Poi mi guardò. Seria. Sguardo fermo su di me che facevo finta di nulla versandomi il tè a mia volta:

“Perché sei sparito?”

Avendo cura di non ricambiare il suo sguardo e con fare distratto, mentre giravo pigramente il mio infuso con un cucchiaino, risposi:

“Vuoi la verità?”
“Sì”
“Sicura?”
“Sì”
“Sai, spesso la gente pretende una risposta sincera salvo poi offendersi quando questa non è all’altezza delle aspettative. Quindi a volte, per quanto non mi piaccia, preferisco censurare la realtà, dare una risposta di comodo o rispondere quello che gli altri vogliono sentirsi dire…”
“Non ti ho chiesto se mi trovi ingrassata…”
“Ecco, nel tuo caso avrei risposto sinceramente un no, comunque hai centrato il punto…”
“Non stai rispondendo”
“Mi è difficile rispondere. La domanda traccia un bivio e la risposta può portarmi in territori inesplorati che potrebbero non piacermi affatto”
“Non piacerebbero nemmeno a me?”
“Penso di no. Però c’è una risposta, che magari non ti piacerebbe lo stesso, ma ci porterebbe su un percorso già abbondantemente mappato e sicuro, lasciandoci esattamente così come siamo.”
“Ma sarebbe sincera”
“Probabilmente no”
“Quindi devo scegliere fra due risposte che potrebbero non piacermi?”
“Sì… ”
"Ma che ne sai? È tutta una tua presunzione. Tu hai deciso che delle risposte potrebbero piacermi, altre no, altre non si sa... "
"Vero, ma anche tu avrai qualche idea su quello che vorresti che ti rispondessi e su quello che non ti piacerebbe"
"Forse... so cosa vorrei che mi dicessi, ma so che non lo dirai e non sono nemmeno sicura che mi piacerebbe... in fin dei conti mi mette un po' paura pensarci..."
"Quindi?"
“Quindi scelgo la risposta non di circostanza… quella più sincera… la verità insomma!”
“Pur tenendo in gran conto la tua preferenza, non è detto che invece a me vada di rischiare, in fondo una risposta di circostanza non avrebbe ripercussioni di nessun tipo”
“Quindi?”

Morsi un biscotto. Lo masticai lentamente. Lo assaporai (cristo se era buono!). Caterina mi guardava fisso, potevo vedere i suoi pensieri muoversi freneticamente, mentre con una mano nervosa disintegrava la tovaglietta di carta.

“È per colpa tua” risposi a bruciapelo, visto che tutti i miei tentativi di prendere tempo erano andati male

Decisi per la risposta più complicata. La verità. Senza censure. Cosa potevo rischiare? Un’ustione in faccia da tè bollente per poi non rivederla mai più? Non vederla più era proprio quello che tentavo di fare da un pezzo, quindi non rischiavo niente.

“Cosa?! Cos'è colpa mia?”
“Se sono scomparso”
“...”

fa sempre effetto lasciare qualcuno senza parole. E ammetto che in quella circostanza ci provai più gusto del solito.

“Ma cosa ti ho fatto?”
“Mi piaci. Mi piaci molto. Ho provato a far finta di nulla ma non ci riesco, quindi mi sono allontanato…”

Restammo in silenzio, ognuno concentrato sulla sua tazza e sul dolce.

“... e io che pensavo mi considerassi una cretina… e... e ora capisco anche perché Nib si comportava così quando gli chiedevo di te… e…” e sorrise.
“E… ?”
“...niente...”
“Ok, hai avuto la tua dose di verità, finiamoci la merenda e poi ognuno per la sua strada, in pace per quanto possibile...”
“Perché?”
“E me lo chiedi pure?”
“Non lo capisci?”
“Cosa devo capire?”
“Anche tu mi piaci”
“Rus vuxcvxjklhjjlhg sg lògzkg?” dissi così, giuro. E i pensieri in quel momento non erano affatto più limpidi.

CAPITOLO 21

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 26 settembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #19

Incontro
di occhi lucidi e risposte casuali

Era Caterina ed era trafelata.

“Ho fatto una super corsa! Tanto per cambiare ero in ritardissimo e ho perso l’autobus!”
“Ah”

Bella trovata, vero? “Ah” ma davvero non mi venne in mente altro? Ma vi pare possibile? Fra tutte le frasi fatte, le frasi lette nei libri, gli aforismi, i versi dei poeti, i testi di canzoni, le permutazioni casuali di vocaboli… niente di niente… aprii la bocca e feci uscire l’aria con la pressione necessaria a dire “Ah”.
“Come stai?” chiese, facendo finta di ignorare il mio “ah”.
“Che ci fai qui?”

Sì. Risposi ad una domanda con un’altra domanda. Quel che è peggio fu il tono fra il secco e il duro. Tipo il tono che aveva mio padre quando mi trovava dove non dovevo stare, ad esempio quando facevo sega a scuola ma lui rincasava in orari non convenzionali beccandomi in flagrante.

“Che ci fai qui?” uguale uguale. Sputato. Severo. Autoritario. Quell'autorità da signore d’altri tempi, tipo quegli uomini che usano vocaboli desueti, che portano la macchina all'autorimessa, che volano su un apparecchio, vanno al cinematografo e che, quando prendono il treno, salgono sulla vettura. Quella gente a cui sei portato a dare del lei rendendoti conto che è pure poco e che forse sarebbe più adeguato il coloro. Quelli che ti mettono soggezione solo per come posano lo sguardo su di te, come titani che scrutano le umane miserie. Quello era il tono di mio padre. Quello era il tono che usai con Caterina.
E dovetti usarlo bene, perché lei fece un passo indietro, intimidita, abbassando lo sguardo e mormorando “oddio mi sento così stupida….”

Io ero zitto, la guardavo, teso, imbarazzato.

“Io… io… volevo solo… solo vedere… sapere come stavi…” aggiungendo, quasi parlando da sola, a voce più bassa “ma che ci faccio qui?”
“Sono contento tu sia qui”

Mi stupii di sentirmelo dire, avrei voluto riprendere le parole nell’aria e rinfilarmele di corsa in bocca, masticarle e ingoiarle lettera per lettera e in velocità. “Ho fatto la cazzata” pensai e tutt’oggi rivedendomi la scena, la vedo al rallentatore, come durante un incidente d’auto quando il tempo sembra fermarsi.
Caterina alzò gli occhi su di me, mi guardò per la prima volta, occhi lucidi, mi abbracciò. In realtà mi si buttò quasi addosso. Mi strinse. Piano piano ricambiai l’abbraccio.

“Scusa” le dissi “sono stato un po’ brusco… ma mi hai preso un po’ di sorpresa…”

Lei mi lasciò.

“ehm… scusa… è che non ti fai più vedere da un sacco! Nessuno sa niente di te, tuo fratello fa finta di nulla e si arrampica sugli specchi, e io…. niente…. io… io mi sono preoccupata… e poi hai risposto come uno stronzo al messaggio di oggi… e mi preoccupo di più… e… e mi manchi… no, cioè, no… non intendo che mi manchi-manchi… ma un po’ sì... oddio sono un disastro…”

“no, ma che disastro. Vieni, andiamo a sederci da qualche parte, comodi e al coperto”

E ci incamminammo in silenzio. Almeno esteriormente. Dentro urlavo, ero nella confusione più totale, mi preparavo il discorso dei discorsi dandomi contemporaneamente dell’imbecille cercando di convincermi che la fuga fosse la risposta più adatta.

Capitolo 20

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così

lunedì 19 settembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #18


Caterina
di concubine, complicazioni e dilemmi

Risolta la situazione con Marta mi sentii quindi estremamente libero di interessarmi a Caterina.
Nel frattempo, infatti, avevamo comunque continuato a incontrarci con i rispettivi amici (miei e di Marta). Caterina era simpatica a tutti e collezionava oggetti trash a 360°. E quindi fu naturale iniziare ad invitarla alle successive uscite cercando di tagliar via sempre Marta e il resto dell'allegra brigata. C'era però un problema: Caterina era la concubina dell'Idiota.
Questo spiegava perché, a differenza degli altri evanescenti soggetti sponsorizzati da lui, Caterina fosse l'unica a ripresentarsi, sia pure ad intermittenza.

Era tutto decisamente più complicato per una serie di motivi che, stringendo stringendo, si riducevano a due:
1) uscire con Caterina implicava avere l'Idiota di mezzo
2) al tempo vedevo le donne impegnate come angeli asessuati.

All'inizio non sapevo che fare, prima provai a far finta di niente, era semplicemente una persona piacevole ma potevo sempre guardarmi attorno aspettando che la natura facesse il suo corso, l’Idiota fosse scaricato o magari l’arrivo di una preda più appetibile.

L'attesa fu vana.

Decisi di farmela passare, provai a non chiamare più né Caterina né l’Idiota ma ci pensavano sempre altri. Per inciso, è curioso quello che avviene nei gruppi di persone, alla fine ti abitui ad avere attorno anche gentaglia odiosa di cui nessuno riesce più a fare a meno. Nonostante non riscuotesse le simpatie di molti alla fine quasi tutti concordavano sul "ma dai, non possiamo non chiamare l'Idiota!"

Fallito anche il piano B.

Iniziai quindi a farmi vedere sempre più di rado. Mi ritirai pian pianino in eremitaggio. Lontana dagli occhi, lontana dal cuore. Giuro che ci credevo davvero! Non vacillai nemmeno quando Nib mi disse che sembravo quello che si era tagliato l'uccello per far dispetto alla moglie! Mi sentivo un monumento di integrità a tutto vantaggio della mia autostima. Finché un pomeriggio mi arrivò questo messaggio:
Ciao. Tutto bene? Mi preoccupo? Cat

Ulteriore fallimento. Prima di domandarmi se il destino stesse cercando di dirmi qualcosa, andai nel panico. Che fare?
Beh, tanto per cominciare memorizzai il numero. E poi? Che alternative potevo avere?
Tanto per cominciare avrei potuto non rispondere. Avrebbe pensato che non avessi ricevuto il messaggio, di averlo mandato al numero sbagliato, che non volevo rispondere o che non volevo rispondere a lei?

In realtà volevo rispondere. Ma come? Un laconico sì? O un drammaticissimo no? Optai per qualcosa di più verboso ma meno specifico con un
insomma, ma mi riprenderò.

Ne arrivò subito un altro:
:-( salute o altro?

I problemi si complicavano. Il fatto vero è che non sapevo più cosa volevo. Volevo mantenere il contatto? Volevo troncare tutti i rapporti? Entrambe le cose? Ci credevo? Non ci credevo? Decisi di vedere dove sarebbe arrivato lo scambio di messaggi e risposi "altro".

esci alle 5?
si. perché?

Non arrivarono altre risposte. Restai qualche minuto a fissare il display del telefono ma nulla di fatto. Arrivò l'ora di uscire. Presi l'ascensore, mi misi le cuffie nelle orecchie, passai il cartellino, superai il tornello, varcai il portone salutando il guardiano con la mano e una voce disse "ciao". Non era il guardiano. Era Caterina.

CAPITOLO 19

Se non vuoi perderti gli aggiornamenti, scrivi la tua email lì a destra, dove c'è scritto FEED!

Comincia tutto così