Citazione

lunedì 26 settembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #19

Incontro
di occhi lucidi e risposte casuali

Era Caterina ed era trafelata.

“Ho fatto una super corsa! Tanto per cambiare ero in ritardissimo e ho perso l’autobus!”
“Ah”

Bella trovata, vero? “Ah” ma davvero non mi venne in mente altro? Ma vi pare possibile? Fra tutte le frasi fatte, le frasi lette nei libri, gli aforismi, i versi dei poeti, i testi di canzoni, le permutazioni casuali di vocaboli… niente di niente… aprii la bocca e feci uscire l’aria con la pressione necessaria a dire “Ah”.
“Come stai?” chiese, facendo finta di ignorare il mio “ah”.
“Che ci fai qui?”

Sì. Risposi ad una domanda con un’altra domanda. Quel che è peggio fu il tono fra il secco e il duro. Tipo il tono che aveva mio padre quando mi trovava dove non dovevo stare, ad esempio quando facevo sega a scuola ma lui rincasava in orari non convenzionali beccandomi in flagrante.

“Che ci fai qui?” uguale uguale. Sputato. Severo. Autoritario. Quell'autorità da signore d’altri tempi, tipo quegli uomini che usano vocaboli desueti, che portano la macchina all'autorimessa, che volano su un apparecchio, vanno al cinematografo e che, quando prendono il treno, salgono sulla vettura. Quella gente a cui sei portato a dare del lei rendendoti conto che è pure poco e che forse sarebbe più adeguato il coloro. Quelli che ti mettono soggezione solo per come posano lo sguardo su di te, come titani che scrutano le umane miserie. Quello era il tono di mio padre. Quello era il tono che usai con Caterina.
E dovetti usarlo bene, perché lei fece un passo indietro, intimidita, abbassando lo sguardo e mormorando “oddio mi sento così stupida….”

Io ero zitto, la guardavo, teso, imbarazzato.

“Io… io… volevo solo… solo vedere… sapere come stavi…” aggiungendo, quasi parlando da sola, a voce più bassa “ma che ci faccio qui?”
“Sono contento tu sia qui”

Mi stupii di sentirmelo dire, avrei voluto riprendere le parole nell’aria e rinfilarmele di corsa in bocca, masticarle e ingoiarle lettera per lettera e in velocità. “Ho fatto la cazzata” pensai e tutt’oggi rivedendomi la scena, la vedo al rallentatore, come durante un incidente d’auto quando il tempo sembra fermarsi.
Caterina alzò gli occhi su di me, mi guardò per la prima volta, occhi lucidi, mi abbracciò. In realtà mi si buttò quasi addosso. Mi strinse. Piano piano ricambiai l’abbraccio.

“Scusa” le dissi “sono stato un po’ brusco… ma mi hai preso un po’ di sorpresa…”

Lei mi lasciò.

“ehm… scusa… è che non ti fai più vedere da un sacco! Nessuno sa niente di te, tuo fratello fa finta di nulla e si arrampica sugli specchi, e io…. niente…. io… io mi sono preoccupata… e poi hai risposto come uno stronzo al messaggio di oggi… e mi preoccupo di più… e… e mi manchi… no, cioè, no… non intendo che mi manchi-manchi… ma un po’ sì... oddio sono un disastro…”

“no, ma che disastro. Vieni, andiamo a sederci da qualche parte, comodi e al coperto”

E ci incamminammo in silenzio. Almeno esteriormente. Dentro urlavo, ero nella confusione più totale, mi preparavo il discorso dei discorsi dandomi contemporaneamente dell’imbecille cercando di convincermi che la fuga fosse la risposta più adatta.

Il nuovo capitolo lunedì prossimo (3 ottobre) e sempre alle 10
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lunedì 19 settembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #18


Caterina
di concubine, complicazioni e dilemmi

Risolta la situazione con Marta mi sentii quindi estremamente libero di interessarmi a Caterina.
Nel frattempo, infatti, avevamo comunque continuato a incontrarci con i rispettivi amici (miei e di Marta). Caterina era simpatica a tutti e collezionava oggetti trash a 360°. E quindi fu naturale iniziare ad invitarla alle successive uscite cercando di tagliar via sempre Marta e il resto dell'allegra brigata. C'era però un problema: Caterina era la concubina dell'Idiota.
Questo spiegava perché, a differenza degli altri evanescenti soggetti sponsorizzati da lui, Caterina fosse l'unica a ripresentarsi, sia pure ad intermittenza.

Era tutto decisamente più complicato per una serie di motivi che, stringendo stringendo, si riducevano a due:
1) uscire con Caterina implicava avere l'Idiota di mezzo
2) al tempo vedevo le donne impegnate come angeli asessuati.

All'inizio non sapevo che fare, prima provai a far finta di niente, era semplicemente una persona piacevole ma potevo sempre guardarmi attorno aspettando che la natura facesse il suo corso, l’Idiota fosse scaricato o magari l’arrivo di una preda più appetibile.

L'attesa fu vana.

Decisi di farmela passare, provai a non chiamare più né Caterina né l’Idiota ma ci pensavano sempre altri. Per inciso, è curioso quello che avviene nei gruppi di persone, alla fine ti abitui ad avere attorno anche gentaglia odiosa di cui nessuno riesce più a fare a meno. Nonostante non riscuotesse le simpatie di molti alla fine quasi tutti concordavano sul "ma dai, non possiamo non chiamare l'Idiota!"

Fallito anche il piano B.

Iniziai quindi a farmi vedere sempre più di rado. Mi ritirai pian pianino in eremitaggio. Lontana dagli occhi, lontana dal cuore. Giuro che ci credevo davvero! Non vacillai nemmeno quando Nib mi disse che sembravo quello che si era tagliato l'uccello per far dispetto alla moglie! Mi sentivo un monumento di integrità a tutto vantaggio della mia autostima. Finché un pomeriggio mi arrivò questo messaggio:
Ciao. Tutto bene? Mi preoccupo? Cat

Ulteriore fallimento. Prima di domandarmi se il destino stesse cercando di dirmi qualcosa, andai nel panico. Che fare?
Beh, tanto per cominciare memorizzai il numero. E poi? Che alternative potevo avere?
Tanto per cominciare avrei potuto non rispondere. Avrebbe pensato che non avessi ricevuto il messaggio, di averlo mandato al numero sbagliato, che non volevo rispondere o che non volevo rispondere a lei?

In realtà volevo rispondere. Ma come? Un laconico sì? O un drammaticissimo no? Optai per qualcosa di più verboso ma meno specifico con un
insomma, ma mi riprenderò.

Ne arrivò subito un altro:
:-( salute o altro?

I problemi si complicavano. Il fatto vero è che non sapevo più cosa volevo. Volevo mantenere il contatto? Volevo troncare tutti i rapporti? Entrambe le cose? Ci credevo? Non ci credevo? Decisi di vedere dove sarebbe arrivato lo scambio di messaggi e risposi "altro".

esci alle 5?
si. perché?

Non arrivarono altre risposte. Restai qualche minuto a fissare il display del telefono ma nulla di fatto. Arrivò l'ora di uscire. Presi l'ascensore, mi misi le cuffie nelle orecchie, passai il cartellino, superai il tornello, varcai il portone salutando il guardiano con la mano e una voce disse "ciao". Non era il guardiano. Era Caterina.

CAPITOLO 19

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lunedì 12 settembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #17


Email
di meriti e giri di giostra

Meritare. È facile dire "quella non ti merita" ma, stringendo, che vuol dire? C'è una tabella da qualche parte che stabilisce i meriti nei rapporti umani e sentimentali? C'è un qualche metro, una scala?

Forse è tutto in proporzione a quanto dai? Tipo, sei dai tanto, devi legittimamente ricevere molto. Ma anche il "dare tanto" mica mi ha mai convinto. I perché non contano? E soprattutto questo tanto è in una scala assoluta o relativa? Se uno dà poco, ma è il massimo che può fare, è sempre poco o diventa tantissimo? E se uno dà tanto esclusivamente per tornaconto, per calcolo.... tipo, vengo a prenderti, ti porto l'acqua nelle orecchie, ti porto a cena, scompaio quando devo scomparire, però me la dai? Vale? Cosa merita uno così? Tanto o poco?

Oppure è una questione tipo specchio-riflesso, se dai poco (qualsiasi cosa voglia dire) meriti poco (qualsiasi cosa voglia dire, purché sia la stessa cosa di prima). Quindi uno che dà tanto per calcolo merita pari trattamento, uno che dà poco ma è il massimo che può fare merita lo stesso e via così? Magari è solo qualcosa che si dice per consolare qualcuno a cui vuoi bene e non vuoi dirgli “quella è una merdaccia fregatene”.

Non lo so, la frase "lei non ti merita" mi resta comunque oscura. Forse perché non ho mai pensato di meritare qualcosa ma mi sono limitato a prendere quello che trovavo, valutando di volta in volta quello che l'altra persona aveva a disposizione per me.
Il punto con Marta era proprio questo, sul piatto c'era qualcosa che non mi andava a genio. Poco spazio e poco tempo. Giusto o sbagliato che fosse, ci stavo stretto e ci stavo male. Quando scegli una compagna devi sentirti parte dello stesso mondo (e con Marta questo non succedeva), nel momento in cui ti rendi conto che hai remore a presentarle i tuoi amici, i tuoi familiari e non ti trovi a tuo agio con i suoi, c'è un problema e presto o tardi i nodi arriveranno al pettine.

Se scopri che la carne ha un brutto odore è inutile cucinarla sperando che in qualche modo le cose migliorino. Personalmente la penso così, a prescindere dalla fame. Meglio un pacchetto di patatine a quel punto.

Così dopo un po' di tempo, durante l'ennesimo silenzio radar di Marta, vista l'impossibilità di parlarle, le scrissi quello che pensavo in una romanticissima email; uno sproloquio per giunta con un tono un po' piccato in cui il succo era "mi sono rotto le palle". Non si fece sentire per un mese. Poi mi chiese di andare in un pub. Nulla era cambiato, stessi discorsi, stesso atteggiamento, nessun accenno a quanto le avevo scritto, né alla nostra relazione o frequentazione. Serata piacevole. Soprattutto quando mi chiese di salire da lei perché doveva farmi vedere una cosa.

La coda della relazione fu un po' lunga: ci vedemmo altre volte e non ci facemmo mancare qualche giro di giostra in memoria dei tempi andati. Per fortuna, a quel punto tutto rimase nell'ambito ludico, nessuno prese in giro nessuno e forse era quello che Marta voleva fin dall'inizio.

Forse avevo travisato tutto io. Forse non ci eravamo capiti. Forse era davvero incasinata. Forse era solo stronza. Forse ero io ad essere un illuso. Non ne parlammo mai, nemmeno successivamente, quando ci incontrammo in un pub, con le vite decisamente su altri binari, e lei definì il modo in cui mi aveva trattato come il più grande errore della sua vita.

CAPITOLO 18


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lunedì 5 settembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #16


Mare
di ombrelloni, madri e pezzi

Lei era così. Spariva a botte di messaggi come "ho da fare in palestra, forse ti chiamo quando esco" oppure "devo vedere delle persone" oppure un laconico "faccio tardi". Poi tornava, si facevano fuoco e fiamme per un paio di giorni o magari per un pomeriggio e poi nessuna notizia per un po'.

Un giovedì marcammo entrambi ferie e andammo al mare. Per me andare al mare voleva dire uscire di casa in costume e sandali, portando un asciugamano e i soldi necessari per un panino e un gelato, raggiungere una spiaggia, lanciare l'asciugamano da qualche parte e passare la giornata preferibilmente in acqua. Arrivai quindi da lei in macchina e fu subito passione fin dalla provinciale, come nemmeno da adolescenti.
Al mare però lei si diresse ad uno stabilimento, dove acquistò per lei un ombrello e un lettino. Così, senza parlarne, senza chiedere, senza un confronto preventivo.

Ombrellone, sdraio e lettino sono per me un’immagine che mi rimanda alle vacanze dell’infanzia con mamma, papà e Nib. L’atto di acquistare l’ombrellone mi rimanda a mio padre, al capo famiglia che si prende cura della cucciolata. Un atto borghese da adulto ormai arrivato. Da adulto stanziale. Da vecchio, diciamo.

Per non far la figura del ragazzino dabbene presi una sdraio sacrificando i soldi del pranzo. La situazione mi turbava non poco ma lo tenni per me.

Passammo comunque delle belle ore (digiuno a parte), acqua fresca, cielo limpido, sole caldo, pochissima gente. Sembravamo una bella coppia. Lei mi disse che con me stava bene che fin dal giorno del concerto la facevo sentire al sicuro, che aveva parlato di me a sua madre (!).

Poi tornammo a casa, durante il tragitto in macchina andò tutto bene. Ci ascoltammo un disco dei Miss Pell che lei definì estremamente erotico facendomi pregustare una gran serata. Verso casa le chiesi cosa avrebbe preferito per la sera, se mangiare da lei, da me o andare da qualche parte. Mi rispose:

“Chi ti ha detto che ho voglia di passare la serata con te?"
"?"
"Credo di aver voglia di vedermi con delle mie amiche"
"Beh, sentile, possiamo andare..."
"Non mi hai sentito?"
"Sì, le amiche, chiamale"
"Tu cosa c'entri?"
"Sai, una coppia, di solito sta... in coppia"
"Siamo una coppia?"
"Penso di sì, siamo insieme..."
"Non stiamo insieme, questa è.... è una frequentazione"

La lasciai a casa e tornai alla base riflettendo su quell'informazione. O meglio, no, non rimuginavo ancora nulla, ero arrabbiato, tanto arrabbiato che la salutai a malapena e me ne andai.

A cena, sondai l'opinione di Nib:

"Se una definisse la vostra relazione col termine frequentazione cosa penseresti?"
"Parli di Marta?"
"No, in generale"
"Che si vuole divertire, e finché il balocco sono io ben venga"
"Tu e Carla vi frequentate?"
"È più complicato"
decisi di non approfondire la questione Carla e andai oltre
"E se una ti dice che ha parlato di te a sua madre?"
"Rischio di averla messa incinta?"
"Estremamente difficile"
"Allora vuol dire che è amore, roba forte!"
"E se una che ti frequenta parla di te a sua madre?"
"Non ci sta col cervello ed è meglio che scappi"
"Non ci sta col cervello più o meno di Viola?"
"È una bella lotta, mi sa che finiscono pari, ma, insomma, mi vuoi dire che è successo oggi?"

Gli raccontai tutto. Era basito.

"Quindi, questa prima ti salta addosso in macchina, poi in acqua, poi al ritorno ci riprova nemmeno fossi l'uomo del Mennen, e poi ti scarica come uno stronzo ma non prima di aver raccontato di quanto sei meraviglioso a sua madre?"
"sì, riassumendo è così"
"Hai fatto cilecca?"
"Non direi"
"Allora è matta”
“Quindi?”
“Quindi scappa. Oppure vuole solo trombare e racconta alla madre i dettagli, quindi è matta, quindi scappa. O magari è solo confusa, quindi scappa lo stesso. O semplicemente c'è un altro, tipo un ex con cui fa da mesi tira e molla, quindi è indecisa e coi sensi di colpi"
"Quindi scappo?"
"È un suggerimento da fratello maggiore"
"Fratello maggiore che si accontenta di una frequentazione anche se vorrebbe di più?"
"Lei non può darmi di più e mi accontento"
"Fai finta di accontentarti"
"Te l’ho detto, è complicato... e poi sono fatti miei, e poi mica sono io che sono venuto a chiedere il tuo parere"
"Quindi scappo?"
"Una così non ti merita e ti fa a pezzi. Che fosse strana s'era capito, ma così è troppo. E scommetto quello che vuoi che con le amiche non è uscita".


CAPITOLO 17

lunedì 29 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #15

Uscite
di fini e di inizi


Poche settimane dopo quella cena in cui da cosa nacque cosa, Marta organizzò una festa per il suo compleanno. Nib ebbe la bella idea di imbucare una selezione di nostri amici particolarmente eccentrici. Anche l'Idiota fece quasi lo stesso: non portò amici, ma alcuni colleghi di lavoro. Una delle sue colleghe ebbe anche il buongusto di portare una sua coinquilina. In più c'erano dei cugini di qualcun altro. Insomma, Marta festeggiava con me, i suoi 5 sub umani, Nib e Carla e una trentina di perfetti sconosciuti in un locale per fighetti del centro.

Fu così che conobbi Caterina. Ne ignoravo i gradi di separazione, ipotizzavo fosse la solita amica di amici di amici di amici di qualcuno imbucato a vario titolo da l'Idiota.

L'Idiota era così, invitava sempre sconosciuti a tutte le uscite, alle feste, ai cinema, alle pizze. Lo faceva un po' per vezzo, un po' per tentare di rimediare qualche amico o, soprattutto, amica. Perché, in fondo, questa gente era quasi sconosciuta anche a lui. Un giorno ebbe anche l'ardire di portarsi dietro un vicino di casa...

Caterina dapprima mi rivolse la parola mentre pensavo ad altro, mentre ero concentrato su non so più che cosa in un discorso su qualche misconosciuto gruppo musicale estone. Le risposi con distaccata cortesia. E scambiammo qualche parola. Era una ragazza "evidente" e non solo carina. Non intendo "vistosa", non lo era, non ne aveva nemmeno bisogno. Semplicemente sembrava un personaggio a colori in un mondo in mondo in bianco e nero, non so spiegarlo meglio né saprei dire perché. Probabilmente era in qualche modo particolare, cosa che la faceva spiccare fra gli altri.
Parlammo del più e del meno quasi tutta la sera perché Marta era impegnata con i suoi sodali. La cosa comunque sarebbe finita lì o almeno così pensai. Andava a finire più o meno sempre così con le conoscenti dell'Idiota (lui ci provava e loro scomparivano) e in più con Marta stava tutto iniziando per cui i miei occhi a forma di cuore riuscivano a mettere a fuoco solo lei.

La festa tutto sommato non andò malissimo. I gruppi in qualche modo interagirono e l'idea di Nib e Carla, già alticci, di dedicarsi al karaoke aiutò a rompere il ghiaccio. Stettero quasi tutti al gioco, tranne una serissima Marta e, ovviamente, l'Idiota, accettando tutti di buon grado di esporsi a qualche minuto di vergogna uccidendo una qualche becera hit anni 80.

Per tutta la settimana successiva non vidi più Marta.


CAPITOLO 16

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lunedì 22 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #14

Cena
di cose e cose che nascono da cose


Nib fece in modo che Marta ci invitasse a cena. Non so come ci riuscì, non lo ricordo e anche se lo ricordassi non lo capirei comunque. So solo che di lì a qualche giorno Nib, Carla e il sottoscritto si ritrovarono con le zampe sotto il tavolo di una perfetta sconosciuta residente fra l'altro in una zona ignota della città.

Mangiammo parlando del nulla cosmico, come sempre avviene quando perfetti sconosciuti si ritrovano a dover condividere qualche ora assieme e la serata andò avanti finché Nib e Carla non inventarono una scusa per cacciarsi fuori di casa. Io avevo bevuto un po' troppo e non me la sentivo di intraprendere il viaggio di ritorno, o almeno questa fu la scusa ufficiale per non andarmene via con loro.

Nonostante non fosse una trovata particolarmente geniale, funzionò. Più che per la scusa in sé, perché Marta non aspettava altro. E così ci ritrovammo esattamente come la sera del concerto: alienati. Però da soli, con una camera e un letto a disposizione, con l'atmosfera giusta e con una certa quantità di vino in corpo.

Da cosa nacque cosa.

Con Marta restammo insieme o, per dirla alla sua maniera, ci frequentammo per alcuni mesi. Lei aveva altre priorità, dopo queste c'erano altre cose e infine c'era forse spazio per me. Io invece non avevo coraggio di presentarla a nessuno dei miei amici e conoscenti. Marta aveva delle idee tutte sue sulla vita, i rapporti umani e la gestione delle priorità. La portai ad una festa, finì che dopo aver insultato più o meno tutti i presenti, rischiando di venire pure alle mani con qualcuno, si lamentò di aver riscontrato una certa negatività nell'aria.

Come se non bastasse, i suoi amici erano personaggi abbastanza allucinanti:

Yvonne (il nome vero era Carlotta ma lei non sa che io so). Aveva circa una decina d'anni più di noi, mantenuta dai genitori, ricca sfondata, passava la sua vita fra Roma, Parigi, Napoli e Boston sperperando i beni di famiglia. Lei si diceva "organizzatrice di eventi" e amava raccontare di questi party supermegaincredibili che organizzava in luoghi esotici o delle sue liaison amorose con vip di varia caratura (si andava dal partecipante a un reality all'attore americano passando per calciatori). Ovviamente erano tutte palle. La cosa più incredibile è che nessuno dei suoi amici lo avesse mai sospettato

Teresa. Doveva essere una sorta di supermanager in carriera per una qualche multinazionale di schiavi. Parlava sempre di lavoro. Al telefono. Con altri. Poi ci riassumeva le comunicazioni fra una telefonata e l'altra. Non ho mai conosciuto nessuno usare tanto trucco come lei, certe volte sembrava una versione cyberpunk di Moira Orfei

Soledad. Argentina, bella come il sole ma fondamentalmente noiosa. Per problemi linguistici o per autodifesa sembrava capire a stento quello che le accadeva attorno. Tu parlavi, lei era lì che ti guardava coi suoi grandi occhi scuri che però sembravano fissare altro, qualcosa oltre te e invece di intervenire nel discorso annuiva o sorrideva

Olga. Non ho mai capito se fosse il suo vero nome. Probabilmente la persona più noiosa che abbia mai incontrato in tutta la mia vita. Aveva un'opinione su tutto, scontata e talmente banale da riuscire ad ammazzare ogni conversazione. Anche lei, come tutte le precedenti, era una presenza di una qualche esperienza di vita precedente di Marta di cui non conobbi mai i dettagli

L'Idiota. Il fratello minore di Olga. Personaggio davvero raccapricciante il cui unico merito era quello di far sembrare la sorella una donna brillante.

È stato grazie a loro e alla conoscenza di Marta che imparai a guardarmi bene dalle persone senza amici di lunga data o che frequentano esclusivamente un'accozzaglia di personaggi che sembrano scappati da un brutto circo.

Questo però lo capii molto dopo. Che Marta frequentasse esclusivamente 5 persone, per di più minorati, non mi fece suonare alcun allarme. Di conseguenza questi soggetti iniziarono a mescolarsi alla gentaglia normalmente frequentata da me e Nib.

CAPITOLO 15


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lunedì 15 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #13

Carla
di mele e cazzate


Ho accennato a Carla. “Chi sarebbe questa Carla?” vi sarete chiesti. Io lo so che ve lo chiedete. Se lo chiedono sempre tutti quando la butto in mezzo al racconto.

Carla è un personaggio importante, non per la mia storia, ma per la storia di Nib. E anche se della storia di Nib secondo me non ve ne frega niente, Carla è comunque una questione interessante da approfondire. Se proprio non v'interessa e non volete darmi retta, passate al capitolo dopo, ma peggio per voi.

Carla serve per capire che l’universo è un puzzle fatto male, è un film con grossi buchi nella trama, è la dimostrazione che se c’è davvero un Dio creatore, quando ha deciso di dare ordine al caos ha sopravvalutato le sue capacità e il taglia e incolla gli fosse sfuggito dalle mani. È come se avesse lasciato qua e là dei refusi, dimenticandosi di personaggi e linee narrative e lasciando tutto a metà.

Il risultato è che la narrazione della vita può non sembrare più in ordine, scritta un passo alla volta, ma venuta fuori alla rinfusa, a spizzichi e bocconi, seguendo i capricci di un’ispirazione ballerina, poi rimessi insieme, spostati qua e là, a volte fatti unire a forza e altre volte dimenticando di cose fatte per combaciare ma poi separate per errore nella stesura finale.

Avete presente la storia della mela di Platone? Tutto bello. Ognuno di noi ha la sua metà che ti aspetta. Ma se dopo aver tagliato in due la mela, ne lanci una metà nel 200 AC e l'altra nel 1900 DC il risultato è una vera carognata. Se il Nib di quel momento avesse incontrato la Carla di 3-4 anni dopo sarebbero stati la coppia perfetta. Sbagliare di 4 anni in un periodo lungo quanto tutta la storia dell'umanità è una svista di poco conto, ma il danno è identico.

Che Carla e Nib fossero fatti l'una per l'altro era evidente, non era però il momento giusto per lei, aveva ancora altro per la testa o ancora si fidava troppo delle scemenze che diceva Nib. Una cazzata come “anche se andiamo a letto insieme, facciamo tutto insieme, stiamo benissimo insieme, noi non stiamo insieme, tranquilla, facciamoci le nostre esperienze senza impegno a me sta benissimo così, la nostra è una frequentazione amichevole divertente”.

Nib diceva spesso queste cazzata. Le diceva per farsi il grosso e secondo me anche un po’ per paura. Paura di ammettere a sé stesso determinate cose, paura di mettere a sua volta paura. Fatto sta che veniva considerato come uno allegro, incapace di relazioni stabili e trattato come tale, anche se avrebbe voluto ben altro.

Carla, in quel periodo della vita, cercava il disimpegno e lo trovò in Nib. Lo prendeva, lo lasciava, lo riprendeva, lo rilasciava. In un modo o nell’altro, Carla girò nell’orbita di Nib per un sacco di tempo. Poi scomparve ma il mondo aveva continuato a girare, e quando torno pronta per qualcosa di più stabile, Nib non era più a portata di mano allora scomparve di nuovo. Quando torno Nib aveva anche lui fatto pace col cervello, ma lei era sposata e con due bambini. E tutto sfumò per sempre.

Mi sono sempre chiesto come sarebbe stata la vita di mio fratello se con Carla si fossero capiti un po’ meglio, se avessero avuto più costanza e più pazienza.

Capitolo 14

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lunedì 8 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #12



Chiacchiere
di cani e homo sapiens


Quando ci si conosce si chiacchiera di tutto e di niente. Ti dipingi a metà fra Sandokan e Fantozzi, affronti i massimi sistemi, elenchi cose ma soprattutto elimini il mondo attorno. C’è lei. E il vuoto cosmico. E mentre parli o ascolti non dai importanza alle parole, ai concetti, alle frasi, ma scruti alla ricerca di dettagli, indaghi gli sguardi, le intonazioni, le reazioni.

Forse un tempo anche noi, per capire se un individuo della nostra specie ci piaceva, ci si annusava semplicemente il culo come fanno i cani. Poi, diventando via via più sapiens ci siamo raffinati. Raffinarsi vuol dire ovviamente complicare fino a rendere ingestibile qualcosa che sarebbe molto semplice. Se proprio la storia dell’annusare la trovate troppo basic, sarebbe comunque più facile arrivare immediatamente al punto “mi piaci, ti piaccio?”.

Invece no, ore e ore di alienazione dal mondo in chiacchiere ovattate e infinite per capire l’ovvio, perché è già chiaro a tutti (tranne ai protagonisti) che la frittata è fatta, è solo una questione di tempo. E visto da dentro è il momento più bello del mondo e non dovrebbe finire mai e dura sempre meno di quello che si sarebbe voluto perché ad un certo punto il mondo reale arriva a bussarti alle spalle con una tale insistenza che diventa impossibile continuare ad ignorarlo.
Parlammo almeno un paio d’ore, io e Marta. Lei mi parlava di sé, della sua vita, delle sue cose, io berciavo sui massimi sistemi. Ogni tanto ho la curiosità di risentirmi, ma so già che mi vergognerei come un ladro di quei discorsi. Fra una chiacchiera e l’altra riuscimmo anche a sentirci un pezzo di concerto, fino a che il mondo, come prevedibile, non venne a bussarmi alle spalle.

Nello specifico, il mondo che bussava alle spalle non era poi tanto metaforico, erano Nib e Carla entusiasti per il concerto, ignari di tutto quello che mi era successo. Semplicemente mi avevano visto sparire.

Avrei odiato chiunque per quell’interruzione. Non Nib. Non Nib con quell’espressione sulla faccia. Non Nib con gli occhi che si muovevano fra me e Marta con l’espressione di uno che vorrebbe dirti: “ma non avevi detto che pomiciava con uno? Te ne sei già trovato un’altra! Molto carina fra l’altro. Idolo! Avete scopato nel cesso? Oh cazzo, devo evitarti di mandare tutto a puttane!”

Capitolo 13


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lunedì 1 agosto 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #11


SBRAAAAAANG!
di sviste e brindisi

“Ti mando da solo a un concerto e tu scopi…” Commentò Nib
“no, veramente io non ho…”
“Mi sento inutile. Ti ho riempito la casa di patata per mesi e tu niente. Poi vai a un concerto e scopi”
“Ma io non ho scopato!”
“Non fa niente, è uguale, ormai è come se l’avessi fatto. Ti ha mandato un messaggio di sua volontà, è fatta! Sei davanti alla porta, il portiere è al cesso con la diarrea e il difensore più vicino è paraplegico e per quanto tu possa avere i piedi a banana non c’è verso di tirarla fuori. Cioè, sono sicuro che TU abbia il superpotere di mandare tutto a puttane…”
“Adoro quando riconosci le mie qualità!”
“Venerdì vengo anch’io, devo evitarti di essere te! Ora brindiamo!”
“Brindiamo una sega, al massimo mi versi altro vino, il risultato a casa ancora non l’ho portato. E poi mica l’hai ancora conosciuta. Magari la trovi un cesso a pedali o simpatica come un cancro al colon e maledici il giorno in cui hai voluto festeggiare!”

La settimana trascorse tranquillamente e mi ritrovai così al concerto dei Vatussi Rudi, con 2-3 ore d’anticipo e un Nib ben più carico del sottoscritto. Nessun segnale da Marta, nessun tentativo da parte mia di darci un appuntamento, un luogo di ritrovo, una qualche coordinata spazio-temporale per ritrovarsi in mezzo al migliaio di persone previste dall’organizzatore. Nel frattempo ci raggiunsero altri amici e amiche del tutti ignari che a me, alla fine della fiera, dei Vatussi Rudi non è che fregasse poi troppo a quel punto.

Giravo come un bimbo smarrito in un centro commerciale guardando la gente seduta, la gente in piedi, l’ingresso, nella speranza di vedere Marta. Mi resi conto che non ricordavo nemmeno più come fosse fatta benché fossi sicuro che l’avrei riconosciuta una volta rivista. Ed ecco che la vidi.

“Nib, è tutto finito”
“L’hai trovata?”
“Sì, è là su, seduta, vicino l’angolo, sulle gradinate”
“E che fai ancora qui?”
“È con uno…”
“Magari è il fratello, un amico, un rompipalle, uno che chiedeva l’ora, hai visto male?”
“Non saprei, li ho però visti infilarsi ripetutamente la lingua in bocca, dici che è un indizio?”
“...”
“E comunque aveva una maglietta dei Vampiri Sudici Infami, meglio perderla che trovarla”
“Puoi dirlo forte, andiamo sotto il palco che fra un po’ cominciano, va!”

Ero deluso, decisamente deluso. Soprattutto da me stesso perché un po’ c’avevo creduto e invece lo dicevo io che non voleva dire nulla. Però…
SBRAAAAAAANG! Però un cazzo. Una schitarrata mi riportò alla realtà. Il bello del rock è anche questo, basta un accordo di chitarra buzzurro e sguaiato a rimettere le cose nell’ordine corretto, a portare la pace nella mente, a far aderire i piedi a terra. La band di supporto dei Vatussi erano gli Angeli Defunti, un caro gruppo della mia adolescenza, e cominciarono a pestare duro. Mi buttai nella bolgia, finché, durante una pausa fra un pezzo e un altro non mi sentii toccare un braccio. Non era il tocco di un energumeno sudato in trance agonistica da concerto, questo lo capii subito, era chiaro. Mi voltai. Era Marta. E non aveva la maglietta dei Vampiri Sudici Infami. E aveva anche dei capelli diversi dalla Marta-che-fa-lingua-in-bocca-con-uno. E anche una corporatura diversa.

Ci scambiammo saluti e abbracci (il suo estremamente carico, il mio un po’ distaccato da gentleman inglese del secolo scorso) mentre il capellone sul palco blaterava di quanto avesse desiderato da sempre stare su quel palco, che eravamo il suo paese preferito, che eravamo il pubblico migliore del mondo, che pasta, pizza, mandolino e baffi neri erano la sua ragione di vita. Ripresero a suonare, ci scatenammo nel mucchio selvaggio fino all’ultima canzone.

Durante la pausa necessaria a preparare il palco all’avvento dei Vatussi Rudi, ci andammo a prendere una birra, ci sedemmo lungo un corridoio, brindammo agli Angeli e iniziammo a chiacchierare.

Capitolo 12


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lunedì 25 luglio 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #10


Sugo al cinghiale
di motori e messaggi


Rincasando dopo quel concerto mi resi conto che era il momento di dare un’ulteriore sterzata alla mia vita. Era ora di cambiare e togliersi dalla testa un po’ di idee idiote. In fondo questa Marta era carina, sembrava simpatica, ci eravamo conosciuti in un modo curioso e a un concerto dei Car Bonx. Puro caso, tanto per cambiare. Ma perché non seguire la corrente? Perché per una volta non fidarsi del caso e dare fiducia a tutte quelle storie su karma e destino?

Mi svegliai con calma nonostante un sacco di cose da fare. Dio il sabato si è riposato, dicono. Ma lui non doveva fare la spesa, non doveva andare dall’elettricista, né a farsi fare un preventivo dal meccanico. Personalmente non mi piace riposare nemmeno la domenica, è il giorno prima del lunedì e vuoi sprecare l’ultimo giorno di libertà della settimana a dormire? Mi piacerebbe rispondere di no, purtroppo la realtà dei fatti dice il contrario: di solito lo spreco e passo dei lunedì ancora più di merda dei normali lunedì.

Andare dal meccanico è una faccenda che mi turba, di motori non capisco niente, di macchine men che meno. Quel tempio del machismo che è l’officina per me è solo un luogo sporco, puzzolente, ansiogeno, popolato da mangiatori di morchia che parlano linguaggi a me ignoti venerando donne nude appese alle pareti (quella è l'unica cosa che capisco, in realtà).

Come sempre, anche quella volta provai a interpretare la parte dello sciolto, per dar l’impressione di non essere lo sprovveduto che sono così da non farmi fottere. Arrivai preparatissimo, conscio di dove fosse e di come fosse fatto il libretto, di quale fosse il numero di targa, bollo in regola, patente a posto. Ovviamente bastò una domanda del meccanico per far crollare il mio castello di carte: “quando l’hai cambiate l’ultima volta?”. “Mai, da che ne ho memoria” risposi giusto per non fare scena muta. “alla revisione l’anno scorso m’avevate detto che era tutto preciso”, aggiunsi lì, come a dire “sono un cliente, non un turista da spremere ingiustamente”. Lui sparò una cifra, probabilmente a caso, e gli lasciai il veicolo. Felice che la faccenda si fosse risolta così velocemente.

Poi andai a fare la spesa, chiedendomi perché non ci fossi andato prima in macchina. E fu proprio durante una noiosissima fila ad una cassa che mi arrivò un messaggio sul telefono

la sett prox ci sono i Vatussi Rudi, ci vai?

Era Marta. Prima di rispondere analizzai la sintassi. Stringata, ma passabile. Sarebbe potuto andare peggio, tipo:
stt prx c sn vtssi c6?” cosa che mi avrebbe come minimo turbato. Di conseguenza tenni a bada il mio razzismo da messaggistica e scrissi

Li aspetto da 30 anni! Daje!

La risposta non tardò

Bellissimo. Ci vediamo lì

Cosa prevedeva a questo punto il codice da acchiappo telematico? Avrei dovuto controbattere? No? Sì? E la tattica cosa suggeriva? Avrei dovuto insistere? Cosa potevo rispondere?

Un laconico “ok”?

Buttarla sul finto spiritoso tipo “grazie per il bellissimo ma menti sapendo di mentire”?

Azzerbinarmi con un “non vedo l’ora, conto i giorni”?

Magari provare a tirarmela “sarebbe carino incontrarsi, ma forse ho altro da fare e se vengo sarò in comitiva…”?

Giocare a carte peggio che scoperte “Ti farei un pigiamino di saliva”?

Oppure provocare “Non fare che mi dai la sòla”?

Complice anche il mio turno alla cassa, decisi di farmi gli affari miei e non rispondere. Trascorsi un ragguardevole sabato sera davanti a un film trash e passai la domenica a pulire la mia stanza, il bagno e la cucina, attendendo il ritorno di mio fratello.

Nib arrivò in tempo per la cena. Era stato al paese, dagli zii, di conseguenza era carico di ogni ben di Dio. Ci preparammo la tavola, 3-4 etti di pasta conditi con un magnifico sugo al cinghiale fatto dalle amorevoli mani di zia Albina e mangiando gli raccontai le ultime novità. Tipo che ero stato dal meccanico, avevo litigato con delle vecchie al supermercato e che il film della sera precedente era davvero un insulto alle cose belle del mondo, di conseguenza avremmo dovuto rivedercelo insieme quanto prima.

Poi gli raccontai di Marta.

Capitolo 11

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