Citazione

lunedì 16 gennaio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #34

Brodo
di liti e amiche

Vedermi con Lucrezia era stato per Caterina un autentico shock. Vedere me con Lucrezia e Nib con Sonya era stato uno shock ancora più insopportabile per l'Idiota. La sera di quell'incontro fortuito non fu particolarmente felice per loro. Caterina sprofondò nel silenzio, l'Idiota doveva sfogare la sua frustrazione. Finirono per litigare ferocemente e non si parlarono per qualche giorno.

Le cose non miglioravano. Allora Caterina si mise d'impegno per cercare di fare pace, organizzando una bella cena a sorpresa. L'Idiota però aveva avuto una giornata pessima, una di quelle giornate che è bene eliminare dai calendari. Dopo il lavoro non tornò subito a casa, si vide con degli amici, andarono in giro per locali come ragazzini al sabato sera. E tornò a casa molto tardi, mezzo ubriaco.
Trovò la tavola imbandita, con dei manicaretti ormai freddi nei piatti, una bottiglia di ottimo merlot aperta e post it, appoggiato sopra le lasagne, che diceva:  “la prossima volta rispondi al telefono, stronzo”

Caterina non c'era.

Caterina era andata a dormire da un'amica. L'amica l'aveva rassicurata, l'aveva convinta di aver fatto bene e che tutto si sarebbe sistemato, che lui avrebbe capito, le avrebbe chiesto scusa e le cose sarebbero tornate ad andar bene perché erano una coppia tanto bella. L'amica era una maledetta stronza, se volete sapere la mia opinione.

Nel messo della notte, Caterina, prima di essere sopraffatta dalle scemenze che l’amica le riversava addosso, mi scrisse:

Non mi hai punita abbastanza?

Frase che, concordo, suona esageratamente melodrammatica, ma questa mi mandò.

Il messaggio lo lessi uscendo da un cinema assieme a Nib, mezzi sbronzi e morti di sonno. Era una di quelle giornate in cui Lucrezia aveva più voglia di beccarsi un’herpes che di vedere il sottoscritto, arrivata dopo un periodo sostanzialmente negativo che si protraeva da una settimana (e il giorno successivo, a cena, mi avrebbe detto dell’arrivo di James). Per questo eravamo al cinema: avevo le palle girate una in un senso e una nell'altro, per cui convinsi Nib ad andare a vedere, ubriachi, un filmaccio d'azione di nuova uscita.

Lì per lì non diedi tanto peso al messaggio. Il comportamento recente di Lucrezia mi aveva irritato, il film mi aveva irritato, il sonno mi irritava, il messaggio stesso un po' m'irritava, perché, cazzo, pensaci prima! Quindi non risposi e il giorno dopo decisi che era meglio non farlo, di lasciarla cuocere nel suo brodo e di concentrarmi su un problema alla volta. Proprio il giorno in cui l'Idiota chiamava Caterina, si cospargendosi il capo di cenere e sterco di cammello, recitando l’atto di dolore, 12 avemaria e 3 padrenostro e convincendo (anche grazie al lavoro ai fianchi dell’amica stronza) Caterina a tornare a casa più o meno nello stesso momento in cui io dicevo a Lucrezia che non mi dava fastidio che incontrasse James.

Il nuovo capitolo lunedì prossimo (23  gennaio) e sempre intorno alle 10
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lunedì 9 gennaio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #33


James Bond
di sorprese che non sono tali

Con Lucrezia andò avanti senza particolari sbalzi per un altro po' di tempo. Io non riuscivo a lasciarmi andare, oggettivamente era la donna perfetta, aveva le sue stranezze, certo, ma chi non ne ha? Però continuavo a non sentirmi coinvolto fino in fondo. Da una parte c’era il fantasma di Caterina, un pensiero che sempre più spesso riaffiorava e mi si stampava in testa. Mi trovavo a chiedermi come stesse, cosa stesse facendo e ogni tanto mi sorprendevo a cercare dei modi concreti per avere risposte a queste domande. Poi c’era il comportamento da geisha di Lucrezia che ad un certo punto inizio a sembrarmi non solo forzato ma anche con una punta di disperazione.

La fine iniziò una sera in cui era particolarmente ciarliera. Stavamo mangiando del giapponese take away in camera. Mi raccontò di come l'Idiota avesse dato il tomento a lei e a Sonya per un pezzo lunghissimo e di come, dopo l'incontro al pub, il suo atteggiamento fosse cambiato drasticamente. Era arrivato al punto di metter loro i bastoni fra le ruote e macchinato per farle cacciare dall’azienda. Non solo, aveva richiesto esplicitamente attenzioni particolari per cessare le ostilità e mettere “una buona parola coi capi”. Un comportamento secondo me perfettamente in linea con il personaggio e ne parlammo un po', finché Lucrezia, cambiando discorso, non disse di punto in bianco:

“La settimana prossima dovrebbe passare James”
“Bond? James Bond? In ufficio?”
“Ma no, scemo, è il mio ex di Londra... ti ricordi? Ti avevo raccontato di lui…”
“Ah sì, il super manager, non avevo capito fosse il tuo ex, pensavo fosse semplicemente un amico…”
“No, no, siamo stati insieme per un po' ma non ha funzionato”
“Viene a riaccendere le braci?”
“Sei geloso?”
“Dovrei?”
“Scemo, no, viene per lavoro e mi ha chiesto se ci vediamo... ti dà fastidio?”
“No, perché?”
“Beh, perché è un ex. Fra di noi le cose si erano interrotte in modo strano... io non gli ho ancora risposto, ero un po' indecisa su cosa dirgli, volevo sapere che ne pensavi… ma se tu mi dici che non è un problema... cioè non vorrei ti desse fastidio…”
“Ma no, nessun fastidio, stai tranquilla”

Per me era tutto chiaro come il sole: James tornava a riaccendere la fiamma, lei aveva paura potesse succedere qualcosa e non sapeva cosa pensare al riguardo. A me la cosa non fece né caldo né freddo. Neppure quando capii che James, avrebbe dormito da lei. Con lei. E che fosse già deciso prima che Lucrezia me ne parlasse.

James arrivò e Lucrezia scomparve. Non rispondeva al telefono, ai messaggi, alle email e anche Sonya sosteneva di non saperne niente. Andò avanti così per tre, quattro giorni. Non che mi affannassi a cercarla, mi sembrava un epilogo così ovvio da sentirmi, in fondo, sollevato. Però avevo bisogno che mi si fissasse un punto. 

Fu Sonya, ad un certo punto, a raccontarmi tutto. A Londra lei e James stavano alla grande, ma lei non accettava il fatto che lui fosse pieno di soldi e lei una commessa, voleva un rapporto alla pari, voleva sentirsi indipendente, si sentiva schiacciata da questa presenza ed è per questo, in realtà, che aveva deciso di andarsene. E lo aveva fatto di punto in bianco, senza dire niente a James e a ridosso dal suo ritorno a casa.

Il poveraccio aveva passato un bruttissimo periodo di struggimento culminato con un terribile incidente che gli aveva fatto rischiare la sedia a rotelle, costringendolo a letto per un lunghissimo periodo. In quel momento drammatico aveva capito quali fossero le cose per veramente importanti. Non si era dato per vinto e, appena ripresosi, si era licenziato e impegnato duramente per ritrovare Lucrezia. Per vie traverse e non senza fatica, era riuscito a rintracciare Sonya, convincerla e farsi dare un contatto. A quel punto si era inventato la palla della trasferta pur di avere l'occasione di riconquistarla o, per lo meno, di capire perché lo avesse lasciato così, in punto in bianco e con meno del minimo sindacale di spiegazioni.

Sonya fu stupita di vedermi tifare per James. Per me era giusto così. Mi dispiaceva solo che, praticamente, fosse scappata lasciandomi come uno stronzo.

Due giorni dopo mi arrivo questo messaggio:

Ciao, mi vergognavo. Per questo sono scomparsa. Come faccio sempre. Scappo per non affrontare le cose e faccio male alle persone. Lo so che non è stato giusto. Mi hai fatta stare bene. Mi hai aiutata a capire tante cose, ad apprezzare tante cose, ha recuperare degli sbagli. So che non eri innamorato di me ma ce l’hai comunque messa tutta. Il tuo cuore è con Caterina, non arrenderti con lei!
Lu

Restai basito, un po’ da tutto, ma soprattutto dalla storia di Caterina. Cosa ne sapeva lei? Glielo chiesi. Aggiungendo che se avesse lascito di nuovo James Bond le avrei spaccato i denti.

Scoprii quindi che Lucrezia sapeva tutto di quello che era successo fra me e Caterina. Dopo la serata al Pub aveva deciso di indagare. Si lesse quindi tutti i messaggi che avevo nel telefono (e no, non mi fece piacere), dopodiché fece il terzo grado a Nib che, senza nemmeno farsi pregare, le raccontò più o meno tutto (nemmeno questo mi fece particolarmente piacere).

“Ma davvero a te sta bene così?”
“Sì, Nib. Ti sembra strano?”
“Mah! Alla fine mi sa che sarebbe stato strano se fatto da altri 3 miliardi di persone, non da te...”
“...”
“Cioè, va bene, non eri preso, sapevi che sarebbe durata poco, ma Cristo! Quella era un tronco di patata che ancora devono finire di misurarlo, per te avrebbe fatto di tutto e faccio finta di non chiedermi perché. Poi arriva l'inglese, gliela dà e scompare! Non sei nemmeno un po' incazzato? Geloso? Invidioso? Ferito?”
“Pensa l'Inglese come doveva sentirsi, piuttosto. Oh, l’ho visto ed è un gran figo pure lui!”
“Ma che c’entra adesso?”
“È la legge della giungla e uno così, contro di me, per come ho fatto pure lo stronzo, è normale che vinca... se la vogliamo mettere sulla metafora agonistica. Non mi dà fastidio. Alla fin fine, io non ho provato a fare lo stesso con Caterina?”
“Sì ma che c’entra? Lei sta con … con… faccio addirittura fatica a definirlo ‘merda’”
“Magari il fratello di James dice lo stesso di me”
“Se vuoi vederla così...”
“E poi c'è anche questo...”

Gli feci vedere il telefono

“Ma di quando è?”
“qualche giorno fa”
“Prima dell'inglese?”
“Sì, il giorno prima che me ne parlasse”
“Ma quando Lucrezia t'aveva dato buca e siamo andati al cinema?”
“Esattamente”
“E perché non m’hai detto niente?”
“Non lo so”
“Non lo sai?”
“Boh, immaginavo mi avresti dato una delle tue perle, tipo 'tiralo fuori che tanto a terra non cade' o delicatessen simili... insomma volevo prima rifletterci da solo... poi ci si sono messi gli eventi...”
“E che hai intenzione di fare?”
“Capire che vuol dire”
“a me par evidente...”
“Sì?”
“Sei serio?”
“Certo, è una sorta di richiesta all'ufficio oggetti smarriti?”
“Tu non stai bene”

CAPITOLO 34

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lunedì 2 gennaio 2017

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #32


Il Locale
di meschinità e sorprese

Dopo la sera della festa non sentii Caterina per parecchio tempo. Ero offeso, arrabbiato e anche deluso dalla sua mancanza di orgoglio. Poi non avrei saputo che dirle, in effetti sentirla per parlare di quando fosse splendida Lucrezia o per lamentarmi di non essere più libero di scorreggiare sul divano guardando film orribili non mi sembrava una gran mossa. Tendenzialmente, stringendo, non sentivo più di avere qualcosa da dirle.

D’altro canto, Lucrezia aveva la rara capacità di farmi sentire il più grande (e unico) maschio del pianeta, mi faceva sentire desiderato e al centro dell'attenzione, cosa che raramente m'era successa. Mai così a lungo, oltretutto. Per esempio, faceva i salti mortali per passare con me la pausa pranzo (pur lavorando quasi dalla parte opposta della città), mi saltava addosso spesso e volentieri e quasi ogni giorno riusciva a dedicarmi un pensiero particolare o una sorpresa inaspettata, che fosse una cena fuori a sorpresa, un disco che non avevo mai ascoltato o che cercavo da tanto tempo, un massaggio dopocena…

Fra le tante attenzioni che mi dedicava, c'era quello di cucinare per me. Lucrezia era una gran cuoca, aveva talento, fantasia, capacità d'improvvisazione e un'inesauribile scorta di ricette al seguito. Davvero qualcosa di incredibile.

A ripensarci ora mi sento un po’ uno stronzo, perché ad un certo punto, sbottai.

Ricordo chiaramente, ero tornato tardi, estremamente infastidito per una giornata di lavoro di quelle da dimenticare. Quelle dove devi fare anche il lavoro di qualcun altro, in fretta, perché “deve essere tutto pronto per ieri”, ma quello con cui avresti dovuto lavorare è scomparso. Poi l’autobus pieno, minuti interminabili di tragitto sotto un’ascella che non vedeva sapone da mesi, pioggia, l’ombrello che si rompe e arrivi a casa zuppo, con un unico desiderio: metterti in tuta, ciabatte, berti una cosa calda e impersonare l’idea platonica di fallimento sul divano, davanti allo schermo.

Arrivato a casa trovai gente a cena. Amici di Lucrezia e Sonya con cui si festeggiava una qualche ricorrenza del cazzo di Sonya. La cena era pure un po’ fredda perché “scusa, abbiamo iniziato perché altrimenti si freddava tutto e pensavamo arrivassi da un momento all’altro”.

Tutti sembravano star bene, divertirsi, io avrei voluto estinguere la vita sulla terra a furia di meteoriti e cataclismi. L’idea di non avere più un mio spazio mi rendeva sempre più nervoso, sempre più insofferente. M’inventai quindi di avere del lavoro da finire, mi scusai e mi chiusi in camera.

Trenta minuti dopo entrò Lucrezia in camera, cercava una cosa, mi trovo sul letto, con una rivista di musica in mano e le cuffie sulle orecchie. Non disse nulla. Ma nei giorni successivi qualcosa iniziò pian piano a cambiare. Pur continuando ad essere sempre molto presente a tratti riusciva a darmi la sensazione di essere il pensiero di scorta dell'ultimo dei suoi pensieri: poteva scomparire per giornate intere, senza dare alcun segno di vita, dando come spiegazione un semplice “ero impegnata” o “dovevo riflettere” o “poi ti dico”. Poteva chiamarmi dicendo “io sto andando su Marte, parto fra un'ora, vieni o no?” facendomi sentire come un flacone di shampoo, che se ti porti il tuo va bene, ma se te lo scordi non è un dramma, tanto c’è sempre quello dell’albergo...

Erano assenze diverse da quelle di Marta: prima di tutto erano decisamente più sporadiche, benché più profonde e poi perché Lucrezia non mi diede mai l'impressione di dedicarmi esclusivamente i ritagli di tempo, semplicemente (lo capii solo parecchio dopo) pensava così di darmi lo spazio che pensava mi servisse, almeno all’inizio.

Sto divagando. Non sentii Caterina né ebbi sue notizie, per un bel po' di tempo. Lucrezia e Sonya ogni tanto ci riportavano simpatici aneddoti lavorativi su l'Idiota ma nient'altro. Una sera andammo nel famigerato pub chiamato “Il Locale” perché sapevamo ci sarebbero stati degli amici. C'era anche Caterina. C'era anche l'Idiota. Non me ne curai e venne fuori proprio una gradevole serata, evidentemente per tutti tranne che per Loro. Caterina non era mai stata brava a recitare o a nascondere i suoi sentimenti, la sua sorpresa e il suo disagio erano tangibili. Ma davvero impagabile fu la reazione di sconvolta sorpresa de l'Idiota che, evidentemente, era all'oscuro del fatto che io e Nib ce la spassassimo con le sue stagiste preferite e la cosa sembrò dargli estremamente fastidio.

Gli sguardi di quei due furono il motivo principale per cui restai tutta la sera avvinghiato a Lucrezia. Una meschina, ridicola, piccola ma decisamente soddisfacente rivalsa. Ammetto che col senno di poi non fu una cosa particolarmente elegante.

Una volta a casa, Nib disse:

“Sonya mi ha chiesto cos'avesse Caterina contro di noi”
“Quindi non l'ho notato solo io?”
“Penso che anche i muri lo abbiano notato”
“Cos'hai risposto?”
“Ho fatto finta di niente, le ho detto che forse l'Idiota le aveva raccontato di lei e Lucrezia in ufficio e di come facesse il viscido”
“Ah, fa il viscido?”
“Non ti ha detto niente Lucrezia? È una roba assurda, per far di peggio non gli resta che tirare fuori l'uccello in mensa, a quanto pare”
“Interessante, Lucrezia non m'ha detto proprio nulla, ma non c'è stata nemmeno occasione”
“Ma come va?”
“Bene, direi, anche se non sono particolarmente preso, non so perché, ho la sensazione sia un qualcosa a tempo determinato e di prossima scadenza... e, onestamente, è difficile che perdiamo tempo a parlare de l'Idiota...”
Mi guardò strano. Quell'espressione tipica di Nib quando conosce la risposta alla sua domanda e non corrisponde a quello che gli dico. Mi riportò coi piedi per terra:
“Caterina”
“Caterina cosa?”
“L'hai vista poco fa... come va al riguardo?”
“Boh. Spero che lei abbia rosicato però”
“Quindi non t'è passata...”
“Dici?”
“Dai retta a me, non è una cosa che passa”
“Può darsi, in effetti sull'incontro di questa sera ci sto rimuginando parecchio”
“Di sicuro anche lei”
“Con Sonya come va?”
“Va bene come tutte le cose non serie. Io non sono preso, lei non è presa. Ci divertiamo quando ci vediamo ma entrambi cerchiamo altro”
“E ti va bene?”
“Meglio che star soli, no?”
“No”
“Giuro che non ti capisco”
“Dico che è meglio star soli”
“Ma cos'hai che non va?”

“Un fratello con troppo testosterone e stupido come un pezzo di fango”

CAPITOLO 33

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lunedì 26 dicembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #31

Amiche
di frappuccini, carriera e fughe di cervelli

Lucrezia e Sonya si erano conosciute sui banchi di scuola della loro regione depressa. Poi si erano trasferite nella Grande Città per studiare. Presa la laurea avevano tentato la carta dell'estero. Un anno a Londra luogo dove, secondo la vulgata, il mondo si sarebbe accorto di loro e le avrebbe accompagnate al meritato successo professionale.

All’estero le stavano aspettando con un tappeto rosso, pronti a dar loro quei riconoscimenti che in patria venivano negati da quell’ottusità mista a invidia di cui accusiamo chi ci è più vicino.

Come invece accade nel mondo fuori dai blog e dai racconti degli amici degli amici, si erano trovate a dividere un appartamento con della gente allucinante e raschiata via dalla muffa delle rispettive nazioni d'origine. Dopo una lunga serie di vicissitudini, i loro sogni professionali avevano trovato sbocco nel settore commerciale: una faceva la commessa per una linea di vestiti per galline con scarsa autostima in cerca di manzi in discoteca, l'altra serviva bevande per hipster privi del senso del gusto in un noto pseudo bar in franchising.

Il fatto che non fossero nascoste in una cucina ad abbrustolire carne avariata su una piastra o a lavare i piatti era dovuto essenzialmente alla più meritocratica delle caratteristiche: erano carine. Di conseguenza al contatto col pubblico avrebbero attirato (o almeno non allontanato) clienti.

Tutto questo fu vissuto in modo traumatico e doloroso, come solo l’atterraggio al duro suolo della realtà può essere. Fortunatamente, erano sveglie abbastanza da capire che il gioco non valeva la candela e nel giro di un paio d’anni, erano tornate entro i patri confini dove, dopo aver frequentato un corso organizzato dall'Università, vinsero uno stage presso la multinazionale che pagava i pasti a l'Idiota.

In quanto stagiste neo acquisite avevano immediatamente catalizzato l'interesse del coglione che, alla prima occasione utile, le aveva convinte a partecipare ad un party indimenticabile.

Prima che me ne scordi, un’altra caratteristica sgradevole de l’Idiota era il suo assoluto e cieco entusiasmo per tutto ciò che ruotava attorno a lui. Il bar dove prendeva il caffè era bellissimo e il caffè il migliore della città, le sue feste erano sempre incredibili e indimenticabili, i ristoranti che frequentava i migliori, così come i vestiti che comprava, la gente che frequentava, la sua automobile, persino il marciapiede dove camminava era, in qualche modo, più esclusivo degli altri.

Tornando invece a Sonya e Lucrezia, ormai abituate ad una lunga convivenza e a una vita di sogni infranti, scelte coraggiose e condivisioni degli spazi, dividevano una stanza doppia di un grosso appartamento seminterrato abitato da studentesse; ne contammo almeno 5 diverse, cosa che intrigò non poco Nib.

C'è una cosa che può urtare profondamente uno che si alza tutte le mattine per andare a tirare la carretta: condividere gli spazi con degli studenti. Non è per disprezzo spicciolo, il problema fondamentale sono i ritmi diversi di vita che, a meno che non si tratti di studenti zombie, rendono la convivenza inconciliabile. E fu questo il motivo per cui Lucrezia e Sonya iniziarono a passare parecchio tempo a casa da noi.

Nib sembrava estremamente a suo agio, io, per i primi tempi, non vivevo propriamente benissimo la cosa. Non sapevo cosa volevo, non capivo cosa e soprattutto perché lo facessi. Mi lasciavo portare dalla corrente.

Inoltre, il rapporto fra Lucrezia e Sonya era strano. Erano molto amiche, sopravvissute a scelte difficili e a esperienze importanti ma contemporaneamente erano in competizione. Cercavano costantemente di primeggiare l'una sull'altra. Anche io e Nib rientravamo in questa sorta assurda competizione.

Lucrezia era, in fondo, una ragazza estremamente confusa, fragile e a tratti instabile nascosta sotto una maschera da donna-smaliziata-che-non-deve-chiedere-mai. Ed era bellissima. Davvero. Anche troppo, lo ammetto. Di quelle bellezze così estreme che viste sulle copertine delle riviste hanno un senso ma se te le vedi vicino, in giro per casa, ti viene il sospetto di essere di troppo.

Poi c’era un altro problema, a conti fatti era una vera e propria convivenza. In quattro. Di cui due donne. Con un bagno solo. E noi che eravamo poco più addomesticati di due animali da cortile.

Se prima la vivevo male per motivi miei, poi iniziai a soffrire i limiti ambientali. Non penso di essere una brutta persona se penso che ognuno di noi ha diritto ai suoi spazi. Ritrovarmi a non potere reclamare il mio angolo di solitudine per sfogarmi, riflettere o semplicemente annoiarmi quando ne avevo bisogno divenne sempre di più un problema.

CAPITOLO 32

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lunedì 19 dicembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #30

Candido
di disagio, sportelli e lacrime

“Ti ha dato fastidio?”
“No. Nemmeno ricordo come si chiamava”
“Lucrezia”
“Ah, vero... mi è rimasta più impressa Sonya. Più intraprendente...”
“Più intraprendente?”
“Non hai idea, appena siamo usciti dalla casa di quel coglione...”
“No, no, fermo lì. Già il fatto di essere stato con una su cui hai messo le mani addosso mi dà... mi dà... come un senso di sbagliato... di sordido...”
“Il mio fratellino candido”
“Candido un cazzo! Se ci penso non sono a mio agio, tutto qui”
“Però immagino che quando ti ha messo le mani nelle mutande non ti ha creato tanto disagio”
“… non hai tutti i torti”
“Però è davvero bellina, Lucrezia. Mi dispiace ricordarmi così poco”
“Mi ha detto di essersi addormentata subito”
“Mi pare di sì… non ricordo nemmeno di averla spogliata…”
“Ma allora lo fai apposta?”
“Ok, ok, ok. Basta poco per farti innamorare…”
“Non sono innamorato ma di sicuro non mi lascia indifferente!”
“Con quelle tette... quelle lentigini... e quel culo...”
“Dai, cazzo, piantala! Cioè, hai ragione, c'è anche quello, ma è più quel fare così...”
“… da troia?”
“No, avrei detto da gatta”
“C’è differenza?”
“E su! Semplicemente non è ipocrita. È tutto il contrario di Caterina, insomma”
“Caterina è una suora cagna ipocrita?”
“Cagna?”
“Beh, se l'altra che è il contrario è gatta...”
“Sai che forse hanno ragione i ricercatori di Harward?”
“Eh?”
“Il primo figlio è sempre il più deficiente!”
“E ti servivano i ricercatori di Harward? No, ma seriamente, che vuoi dire con la cosa di Caterina? È successo qualcosa ieri?”
“Il delirio lo ricordi?”
“Vagamente, ricordo che stavo per scambiarmi la saliva con quella sbagliata. Ricordo di aver insultato l'Idiota, ricordo che lui se l'è presa con Caterina. Poi quelle mi hanno portato via, ma il resto non vuoi che te lo racconti”
“Esatto”

Gli raccontai quindi del proseguo della festa.

“Fammi indovinare, a questo punto lei ti ha sbottonato i pantaloni, ha visto un geco ed è andata via?”
“Sei veramente il re dei dementi... dammi 5 minuti e trovo un istituto che potrebbe aiutarti…”
“No, ti prego! Non mandarmi via! Potrebbero chiudermi in una stanza di un metro quadro e abusare di me nei giorni dispari!”
“Non penso esista nessuno così disperato da abusare di te!”
“Beh, Sonya e Lucrezia direbbero il contrario”
“Eddai!!!”
“eheheh Insomma, l'hai abbracciata e...?”
“E ha smesso di piangere”
“E...?”
“E ha tirato su il viso e ci siamo guardati”
“E...?”
“L'ho baciata”
“Grandissimo!!! Lingua in bocca e mano sulla tetta!!! Tu mi riempi d'orgoglio!”
“Non sono stato proprio così diretto…”
“Vabbè, bravo uguale!!”
“Bravo una sega! L’ha presa male. Malissimo. Mi ha spinto via... per quanto si può spingere via uno seduto in macchina e si è rimessa a piangere. Ho provato a riconsolarla ma si è messa a urlare come una matta ‘NON TOCCARMI!!! VAI VIAAAA!!!!’”
“Ma non eravate in macchina nostra?”
“Sì. Infatti la cosa, oltre ad avermi stizzito un po', mi ha messo a disagio. Non sapevo se farle notare che, in realtà, era lei a doversene andare”
“E poi?”
“E poi niente. Sono uscito dalla macchina, mi sono seduto sul cofano e ho aspettato si calmasse”
“Hai aspettato si calmasse…” Nib aveva gli occhi al cielo.
“Sì, ho giocato al solitario sul telefono. Mi ha aiutato a calmarmi, a non sentirmi un cretino e a non considerare lei una matta”
“Hai giocato al solitario…” Nib mise le mani sul viso.
“Sì, sei sordo? Ho giocato al solitario!”
“Quella che definisci la donna della tua vita è in macchina tua, che piange a causa sua anche se pensa sia per colpa tua e tu giochi al solitario seduto sul cofano della tua macchina!?”
“Ho fatto una cazzata?”
“No. Se tu avessi fatto una cazzata non ci sarebbero problemi. Ne hai fatte decine e via via più gravi. Questa cosa amplia di parecchio la portata del termine ‘cazzata’”
“Che avrei dovuto fare secondo te?”
“Continuare a baciarla. Tenerla stretta. Avrebbe funzionato. Ancora prima avresti dovuto dare un cartone all'Idiota e abbracciare Caterina davanti a tutti”
“Sì, e magari poi fuggire a cavallo verso il tramonto…”
“A saper andare a cavallo…”
“La vita non è mica un film…”
“ogni tanto dovrebbe esserlo…”

Restammo un po' in silenzio.

“Ma insomma, poi?”
“Poi mi ha fatto cenno di rientrare”
“Tu ovviamente sei rientrato subito?”
“Sì, ho lasciato pure una partita a metà”
“E cosa ti ha detto?”
“Che mi perdonava, che un po' mi capiva”
“Un po' ti capiva…”
“A me ha fatto più incazzare la storia che mi perdonava”
“Ce n’è abbastanza per rimettere su il tribunale a Norimberga”
“Ma non è tutto. Mentre mi diceva sta stronzata, le suona il telefono”
“Non mi dire che...”
“Sì. E sai cosa risponde lei?”
“Non me lo dire...”
“Amore, sì, scusami, ora torno”

Nib mollò una decina di bestemmie

“È quello che ho detto anch’io. E non l'ha presa bene”
“LEI?!!?! LEI non l'ha presa bene?!?”
“Ha detto ‘e ora bestemmi pure?’”
“Non so se voglio che continui...”
“Le ho anche detto che allora si meritava di essere trattata in quel modo”
“Ah, ti sei tolto un sassolino dalla scarpa...”
“Le ho anche fatto notare che a sua volta stava trattando l'unico che cercava di starle vicino e volerle bene gratis come un criminale. E si è incazzata ancora di più”
“Strano, di solito sentirsi rinfacciare le cose fa piacere…”
“E beh, dai, ho fatto male?”
“... Lei che ha detto?”
“Ha detto che come tutti gli altri voglio solo scoparmela, che ha sbagliato a dirmi le cose che mi aveva detto, a darmi la confidenza che mi ha dato e bla bla bla”
“Direi che sì, hai fatto male… poi che è successo?”
“E poi ha aperto lo sportello ed è uscita dalla macchina”
“Finita qui?”
“No.”
“Ti pareva...”
“Ho aperto lo sportello e con voce serissima le ho detto ‘Caterina, pensa bene alle scelte che fai’ poi ho richiuso e sono tornato a casa sfranto”
“La devi smettere con questo vizio di voler avere l’ultima parola. Possibile che tu dica o faccia solo stronzate?” stava ridendo
“Che ti devo dire… lì per lì… poi sono tornato a casa furente di rabbia”
“E hai trovato Lucrezia”
“No, lei l'ho trovata la mattina”
“Penso che ti farà bene frequentarla un po'”
“A te non crea problemi?”
“Affatto”
“Sicuro?”
“Dai, eravamo semplicemente tutti ubriachi ma non abbiamo fatto niente di male. E non penso che Caterina sia una cagna ipocrita... nel senso non nell'accezione normale. Se Lucrezia è gatto, Caterina è cane, quello intendevo... e no, non penso sia ipocrita, semplicemente mi sa di parecchio incasinata. La cosa importante è che tu non ti faccia trascinare verso il fondo. Lucrezia ti farà bene”
“Lo hai già detto. Ripeti sempre le stesse cose, come i vecchi”

“Io sono quello vecchio”

CAPITOLO 31

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lunedì 12 dicembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #29

Poeta
di biscotti e imbarazzo

La mattina mi svegliai di pessimo umore.
Normalmente appena sveglio non sono il massimo della civiltà. Appena sveglio non vorrei mai essermi svegliato. Appena sveglio maledico il sole che girando ha fatto capolino. Appena sveglio maledico il gallo, le sveglie, gli orologi. Appena sveglio odio tutti, soprattutto chi cerca di farmi parlare, chi vuole interagire, chi cerca di ricordarmi che fuori di me c’è un mondo.

Il bello di vivere con tuo fratello è questo. Sei con uno che se non è identico a te almeno ti conosce dalla nascita ed evita di romperti le scatole appena sveglio.

Quella mattina ero di umore peggiore del solito.

Mi alzai dal letto, mi sistemai i calzoni del pigiama, misi le ciabatte e andai in bagno. Una regola mia e di Nib in casa è che se siamo io e lui, non si tira lo sciacquone se uno dei due sta dormendo. In fondo è solo acqua sporca. Meglio un po’ di acqua sporca nel cesso che essere svegliati prima del dovuto. Feci quello che dovevo fare, lasciando tutto lì. Uscii dal bagno con calma, grattandomi i gioielli di famiglia. Non fate finta di niente, è un gesto irresistibile per qualsiasi maschio, specie appena alzati.

Strusciando le ciabatte, feci per entrare in cucina. Sulla soglia, mi cadde addosso qualcosa di morbido e caldo mentre alle mie orecchie arrivavano frequenze fuori posto. Avete presente? In un contesto che conoscete bene non fate più attenzione ai rumori. Ad esempio, nel traffico siete abituati a sentire i soliti rumori: motori, clacson, sgommate. Non prestate particolare attenzione. Non li sentite più. Ma immaginate di accendere il motore e sentire un muggito. Ecco. Quello lo sentireste per bene, vi arriverebbe come una nota stonata.

Come mi succede quando sono ancora assonato, avevo il cervello più lento del normale. Vedevo il mondo al ralenti. E mentre le cose mi accadevano riuscivo a speculare, a farmi domande e a rispondermi come se stessi guardando la vita di qualcun altro alla moviola. Le frequenze fuori posto erano una voce femminile che diceva una cosa come “hey maschiaccio” e la cosa morbida su cui ero impattato era un petto… o meglio… era proprio un bel paio di tette che spuntava da una camicia aperta. Era una camicia di Nib. La conoscevo. Gliel’avevo regalata io. Un po’ sopra le tette, nascosta da cappelli biondi spettinati, c'era una bocca con un’espressione sorpresa che si stava trasformando in un sorriso mascalzone.

Quel sorriso lo riconobbi: era una delle conquiste serali di Nib. A parte la camicia, evidentemente troppo grande, era nuda e con un pacco di biscotti in mano. Davvero un bello spettacolo.
Non mi venne niente di meglio da dire se non:

“Devo tirare l’acqua del cesso”

 Mi girai, entrai in bagno, tirai l’acqua e tornai indietro. Lei era sempre lì.

“Sei un poeta, quindi”

Ignorai la provocazione.

“E tu non hai freddo?”

Anche lei ignorò la mia. Provai a toglierla dall’imbarazzo: le dissi che poteva tornare da mio fratello.

“E se restassi a farmi scaldare da te? Mi sembri contento all'idea” lo disse ammiccando con aria maliziosa verso gli evidenti sommovimenti che mi animavano il cavallo dei calzoni.

“Andiamo a mangiare quei biscotti di là”

La presi per mano e la portai in camera.

E sì. Mangiammo anche i biscotti. E ci scaldammo nella maniera più antica, strofinandoci l’uno sull’altra come se fossimo dei bastoncini per accendere il fuoco.

Fu una cosa decisamente meccanica, almeno da parte mia. Meccanica e imbarazzata. Più imbarazzata che meccanica.

Non sono uno da sesso occasionale, senza un benché minimo coinvolgimento emotivo mi manca ogni curiosità di scoperta. Con Lucrezia feci quello che dovevo, senza remore e timidezza o particolare trasporto. Non mentirò dicendo che il suo fare strafottente e malizioso non avesse fatto colpo e che lì per lì non fosse divertente. Però poi divenne imbarazzante. A un certo punto mi ritrovai a pensare al fatto che avesse passato la nottata con Nib. Ripensai alla notte con Caterina e questo mi fece ricordare perché m’ero svegliato di cattivo umore. A questo, per essere davvero onesti, andrebbe anche aggiunta quell'invidia che provavo da sempre per Nib. Io trattato a merda, lui ubriaco che si fa riportare a casa da una maiala che resta a rimboccargli le coperte.

Lei sembrò non accorgersi particolarmente di tutto questo mio turbamento. Potrei dire che fu soddisfatta di quello che trovò anche se non era proprio quello che cercava. Ma non lo dirò, so bene quanto è facile far credere a un maschio di essere il più grande macho sulla faccia della terra.
Mi disse che capita a tutti di fare cilecca ma non con lei.

“Beh, vaffanculo, ora sì che va meglio”
“Grazie anche a te!”

Poi si girò su un fianco e si mise a dormire io mi rimisi i miei calzoni di pigiama, la mia maglietta e tornai in cucina, col pacco di biscotti in mano, deciso a fare colazione.

In cucina trovai Nib e una mora. Riconobbi anche lei: era sempre una di quelle della sera prima. Pensai per un momento alla nottata intensa di mio fratello e mi sentii come uno sciacallo che banchetta con gli avanzi di una preda uccisa da qualche fiera più grande. Dall'imbarazzo nei loro occhi, mi resi anche conto di aver interrotto qualcosa. Salutai, lasciai i biscotti sul tavolo e tornai in camera sbuffando.

Lucrezia ora era sotto le coperte, rannicchiata. Appena mi sedetti sul letto si girò e mi cinse la vita.

“Con tuo fratello non ho fatto niente… mi sono addormentata sul divano appena arrivati qui… poi gli ho rubato una camicia e mi sono messa più comoda” disse d'un tratto con una voce da gatta che fa la fusa e gli occhi chiusi “e mi sa che è andata bene così…ieri eri proprio carino… anche se m’ignoravi…”

Ieri. Dedussi che in pigiama, spettinato, di umore ritorto e con l’alito degno di un gatto morto causa indigestione da topi e marci perdevo punti.

Che non avesse fatto nulla con mio fratello mi migliorò l’umore, immediatamente, mentre mi mettevo più comodo, mi dissi che Lucrezia non era quello che cercavo, che volevo Caterina e non una ragazza di quel tipo, sebbene trovassi estremamente sexy ed intrigante, oltre alla sua voce, il suo modo di muoversi, guardarmi e accoccolarsi attorno a me.


Non voglio descrivermi migliore di quello che sono stato (o che sono), perché i pensieri sono più lunghi da leggere e scrivere che a passar per la testa. Dall'esterno si sarebbe detto che mi arresi subito e che non feci nulla per dissuadere Lucrezia. E in fondo è così, i pensieri contano poco se non servono a darci la forza per opporci a quello che sentiamo di non dover fare. I pensieri che m'invitavano alla cautela sfumarono nel “io intanto me la godo, pareggiamo i conti... alla faccia di Caterina e di Nib ubriaco che si fa riportare a casa da due maiale che restano a rimboccargli le coperte!”

CAPITOLO 30

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lunedì 5 dicembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #28

Automobile
di risse a Gene Simmons

Scesi le scale a piedi, sentendo in lontananza i vari “non-ti-preoccupare son-cose-che-succedono alla-fine-siam-stati-bene-si-risolve-tutto” di circostanza di quei vigliacchi che si accomiatavano dall’Idiota.

Mi sentivo ingiustificatamente sicuro di me. In effetti, più riflettevo sull’accaduto, più mi sembrava di aver gestito bene la situazione. Nib aveva fatto il Nib (me lo avrebbe fatto notare sicuramente a casa). Io avevo evitato che venisse malmenato (cosa che gli avrei rinfacciato). Lui mi aveva evitato di insultare l’idiota anticipandomi e risparmiandomi problemi con Caterina che era riuscita a tirargli fuori il peggio davanti a testimoni tutto da sola. Mi sentivo Rocky dopo la corsa in salita sulla scalinata.

Nella mente già mi figuravo i pettegolezzi.

“Caterina ha lasciato l’Idiota”
“Beh, puoi biasimarla? Ti ricordi come l’ha trattata davanti a tutti?”
“Sì è stato proprio uno stronzo… dovrebbe ringraziarla… io non lo avrei semplicemente lasciato… gli avrei almeno fatto dei danni o lo avrei sputtanato… magari lo avrei fatto pestare di brutto!”
“Beh, ma tu non lo avresti nemmeno deriso davanti a tutti”
“Forse hai ragione… però… ma te li ricordi quei calzoni?”
“Ma guarda che costano un sacco!”
“Ok, ma facevano schifo, poi addosso a lui…”
“Vero… in effetti tu non avresti mai sopportato uno vestito in quel modo ridicolo!”
“Già, vedi? Ha fatto proprio bene a lasciarlo… e poi ora sembra così felice”
“Beh, lui la tratta come merita, la invidio proprio”
“Anch’io, non avrei mai pensato…”
“Ma nemmeno lei!”
“Ahahahahha ma allora è vero che si sono incontrati per caso in giro?”
“Così mi hanno raccontato!”
“Che storia!”
Eccetera eccetera.

Immerso in questi bei voli pindarici della mente scesi le scale e arrivai al portone. Lo aprii. Uscii. C’era Caterina accucciata, con la schiena poggiata al muro del palazzo che piangeva. Il viso nelle mani.

“Ti va di parlare?”
“Vai via!”
“Io me ne vado, ma sappi che ora arrivano Lorenzo, Bruno, Beatrice e quello inquietante senza sopracciglia…”
Un accenno di sorriso
“Oliviero?”
“Lui!”
“Perché sei solo?”
“Sono andati via quasi tutti e i reduci si sono attardati in salamelecchi al padrone di casa”

Parlando si era alzata. Aveva il trucco degli occhi colato e impiastrato su tutta la faccia.

“Sembri uno dei Kiss dopo una rissa”

Sorrise.

“Cretino”

Risi anch’io porgendole un fazzoletto.

“Se vieni in macchina ho le salviette umide e uno specchio”

Ci avviammo svelti verso la macchina, girato l’angolo sentimmo il portone aprirsi e l’allegra compagnia uscire. Caterina accelerò il passo.

Avevo trovato posto un po’ distante, mentre raggiungevo il veicolo mi resi conto che mio fratello era scomparso lasciandomi le chiavi. Confidai che, alla bisogna, mi avrebbe chiamato.

Camminammo senza parlare, guardando avanti, a passo svelto. Aprii la macchina, ci sedemmo e chiudemmo le portiere. Aprii il bauletto e le passai le salviette, le prese e abbassò il parasole.
“Puoi accendere la luce?”
“Sì, scusa…” e accesi.

“Oh Madonna!” esclamò e si mise a ridere
“Come hai fatto a rimanere serio? Sembro davvero Gene Simmons dopo una rissa!”
“Per me sei carina anche conciata così… almeno più Gene”

Non rispose, fece finta di nulla, restò concentrata a eliminare le tracce di trucco dal viso.

“Stai un po’ meglio?”
“No… e non mi ci far pensare che piango di nuovo…” e si mise a piangere. Questa volta appoggiata sulla mia spalla.

L’improvvisa vicinanza mi destabilizzò. Stavo andando bene fino a quel momento, mi sentivo di essere stato bravo a rispettare spazi e ruoli. Ma così era un casino, entrai in uno dei miei loop. Cosa avrei dovuto fare? Maledissi di non essere Nib, lui non avrebbe pensato, avrebbe agito, fatto la cosa giusta, l’azione perfetta. Io no, io ero lì a pensare che abbracciandola sarei passato per quello che se ne approfittava, restando fermo mi avrebbe preso per indifferente.

So quello che pensate ma da fuori o a posteriori siamo davvero tutti bravi. Sul momento sei in confusione, il sangue freddo non ce l’hai più da un pezzo e sei stanco degli sforzi che fai per simularlo. Pensi tutto e il contrario di tutto, conscio che tanto sceglierai di fare la cosa sbagliata.

L’abbracciai e la tenni stretta, ignorando il fastidio che solo avere un volante e un cambio fra i piedi può procurare. Ma non provai a fare altro, mi faceva pena. Intendo non in senso negativo, pena in senso di tenerezza. Piano piano smise di piangere.

CAPITOLO 29

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lunedì 28 novembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #27

Idrocarburo
di musica e battibecchi

La festa fu uno spasso.

Nonostante l’imbarazzo non feci nulla per non stare lontano da Caterina e lei idem, ci passavamo vicini, ci sfioravamo. Nib si ubriacò quasi subito. C’era un vino spaventosamente agghiacciante, praticamente un idrocarburo, che gli andò direttamente al cervello senza passare per l’apparato digerente.

Iniziò prima a fare il brillante, attirandosi le attenzioni della maggior parte delle femmine sconosciute presenti (cosa che gli sarebbe riuscita anche da sobrio, con l'emicrania, un un’unghia incarnita, una macchia di sugo sul maglione e la nonna al seguito). Poi iniziò ad esagerare, alzò la musica, si mise a ballare con 3 (tre) di queste. Ballavano solo loro, in mezzo a questo misero salottino con un divano marrone e qualche cuscino a terra. Io e altra gente eravamo sul terrazzo, altri erano in cucina, altri ancora in piedi sulla porta a gustarsi lo spettacolo.

Nib era carico, era un fungo atomico sterminatore, un corpo ormai imbottito di alcol e testosterone, niente e nessuno lo avrebbe più fermato. Io lo sapevo. Io lo conoscevo.

Ne baciò una, una mora, decisamente carina che sembrò stupita ma non contrariata, l’abbracciò, fu ricambiato. Non pago allungo una mano, tirò a sé la seconda, un’altra moretta leggermente meno carina della prima ma, diciamo, con un paio di argomenti decisamente convincenti. Baciò anche lei.
Sentii uno dietro di me bestemmiare e spingere per passare urlandomi nell’orecchio cosa tipo “Puttana! Stronzo!”.

Ma Nib non sentiva, la musica era alta e lui, ormai posseduto da Supersex, era concentrato nel rilascio del fluido erotico. Stava per baciare pure la terza, una bionda dal sorriso mascalzone ormai totalmente alla sua mercé, quando l’Idiota spense la musica.

La moretta (la seconda), si staccò immediatamente da Nib portandosi le mani alle guance e girandosi verso di me con gli occhi sgranati. Non guardava me, ma il ragazzo che, se non lo avessi prontamente fermato, si sarebbe gettato su Nib o su di lei come un ultimate warrior qualsiasi.

Voltandosi verso lo stereo, Nib disse: “Chi è quel mentecatto figlio di un dio nano che ha staccato la spina?” Si fermò mettendo a fuoco l’Idiota per qualche frazione di secondo “Ah, scusa… chi è quel mentecatto, figlio di un dio nano, coi calzoni a quadretti e le scarpe da ritardato che ha spento la musica?”. Attorno c’era il putiferio, il ragazzo della moretta inveiva e cercava di liberarsi da me e da altri che lo tenevamo dicendogli, dai, non è successo niente, non si sono mica baciati, hai visto male, ballavano solo, tranquillo. L’Idiota, effettivamente con calzoni a quadretti (in realtà erano calzoni color beige-cacchetta con motivi scozzesi di un noto stilista) e con scarpe curiose (una sorta di mocassini neri con una suola indecentemente alta e dentellata, tipo scarpe ortopediche con carrarmato per lo spazio, anch’esse di un noto designer di calzature), era rosso in volto e aveva assunto una posizione da padre severo. E su tutto ciò Caterina rinunciò a trattenere le risa.
Al suono della sua risata tutto sembrò cristallizzarsi, urla, voci, rumori si fermarono all’istante, tutti guardarono lei con le mani sulla bocca che cercava di fermarsi e poi guardarono l’Idiota. La ragazza di ultimate warrior scappò in bagno, la bionda e la mora iniziarono a raccogliere le loro cose. Nib in piedi come un cretino si grattò il mento.

E lì si consumò la tragedia. L’Idiota guardò Caterina e le si avvicinò urlando “Cosa cazzo Vidi, cVetina?!” la prese per un braccio strattonandola e portandola via urlandole nell’orecchio “Cos’hai da VideVe, bVutta deficiente?!?!”. Uscirono dalla porta del salotto, lui continuava ad urlare, poi sì sentì sbattere una porta e dedussi si fossero chiusi in camera. Ultimate warrior si diresse verso il bagno, non prima di aver urtato Nib con la spalla. Ma lui non gli diede peso, la bionda lo aveva preso per mano e lo stava tirando verso la porta d’uscita.

Mi avvicinai allo stereo. “Beh, una gran festa riuscita” dissi. E rialzai un po’ il volume, quel tanto che bastava per coprire gli strilli dell’Idiota e di Caterina. Ma non quelli di Ultimate.

Tempo 20 minuti e tre quarti dei presenti, fra cui Nib, se n’erano andati, chi inventando una scusa, chi scomparendo. Qualcuno, fra cui il sottoscritto, cercava un po’ di rassettare. Ultimate era passato dal “puttana puttana” al “dai gattina esci”. Gattina uscì, si abbracciarono, e andarono via anche loro.

Passarono altri 20 minuti. Rimanemmo in 5. Eravamo ormai indecisi se passare pure lo straccio per terra, non avevamo più niente da riordinare, avevamo pure lavati i piatti.
Ero di ottimo umore. Sì, certo, mi dispiaceva per Caterina ma pensavo anche che una bella overdose di realtà le potesse far bene, dopo una scena così pensavo che non avrebbe più potuto sostenere tesi fantascientifiche tipo che non fosse davvero un inutile minchione.
Mentre cercavo di convincere il resto della risicata truppa a proseguire la serata in un pub, la porta della camera si aprì, uscì Caterina di corsa urlando un “mavvatteneaffanculo!” fra le lacrime, ci passò in mezzo e uscì di casa. Si affacciò l’Idiota dalla stanza, sguardo superbo, guance rosse, ci guardò accendendosi una sigaretta:

“Le donne sono tutte cVetine… scusate la scena di Cate e gVazie per essere venuti… e tuo fratello o lo lasci a casa o lo tieni a bada, la pVossima volta”

“Riferirò, tu però prova a vestirti come una persona normale… provaci almeno, eh!”

Uscii gongolante, mentre il resto della truppa salutava più formalmente.

CAPITOLO 28

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lunedì 21 novembre 2016

LA RAZIONALITA' DEL COCCODRILLO #26

Zigulì
di nascondigli e nascondini

Passarono i giorni e le settimane e forse anche un mesetto buono. In questo lasso di tempo i contatti con Caterina erano sporadici, una telefonata, uno scambio di messaggi. In un tardo pomeriggio andammo insieme al cinema. L'Idiota era, tanto per cambiare, a fare altro.

Il giorno dopo mi svegliai bene, di quel buon umore quasi ai limiti dell’euforico di quando ti svegli e vedi che la vita va per il verso giusto e che i giorni non sono tutti un susseguirsi di meccaniche ripetizioni delle stesse abitudini. Il risveglio di quello che è sopravvissuto ad un frontale in auto senza nemmeno un graffio, di quello vivo per miracolo.

Non era successo niente e contemporaneamente era successo tutto, in un niente, giorno dopo giorno, ero entrato nel mondo delle possibilità. Mi chiesi, come tutte le mattine, se era il caso di importunare nuovamente Caterina. Decisi di fare il sostenuto per tutta la giornata e fu un’autentica tortura.

Mi sentivo come quando da piccolo rimediavo delle caramelle o dei dolcetti. Ne avevo fatto a meno per settimane, mesi, senza che questo mi pesasse, ma appena ce li avevo fra le mani non riuscivo a smettere di mangiarne fino a rimanere nuovamente senza.

Ricordo quando qualcuno mi comprò un pacchetto di Zigulì. Ne mangiai immediatamente la metà, poi decisi di centellinarle, di seguire il consiglio che mi davano tutti: “non mangiartele tutte insieme, fattele durare”. Allora me le nascosi facendo quello che solo la mente meravigliosa di un bambino può concepire. Le misi fra due libri, nella libreria della cameretta che spartivo con Nib, e mi misi a giocare. Me ne dimenticai volontariamente. Mi fregai da solo.

Le ritrovai solo mesi dopo, per sbaglio, giocando con i libri. Ricordo la sorpresa, il gusto di trovare un dono inaspettato, le mangiai. E solo dopo averle finite ricordai di averle nascoste io e perché.

Nei primi momenti di approccio con una ragazza sono ancora un bambino con un pacchetto di caramelle che cerca di non bruciarsele subito tutte, che si sforza con sé stesso di distrarsi, di pensare ad altro, di centellinare l'entusiasmo. Appena mi accorgo di essere nel mondo delle possibilità smetto di trattenermi: telefono, messaggio, sono presente. A pensarci bene solo con Marta è stato diverso. A posteriori è facile trovare un senso alle cose.

Nascosi le mie Zigulì per tutto il giorno fino a notte e il mattino dopo trovai due messaggi di Caterina

mi sa che ti sei già scordato di me

seguito da

Dopodomani ho invitato un po’ di gente qui da noi, venite?

Il secondo lo aveva ricevuto pure Nib che rispose affermativamente. Quel “qui da noi” non mi andò giù. Mi rese indigesta la colazione e mi mandò di traverso la giornata. Non risposi ai messaggi considerandomi un imbecille per aver creduto che qualcosa fosse possibile.

Quando arrivammo a casa dell’Idiota, ci aprì la porta Caterina, la vidi felice, dietro di lei l’Idiota. Mi tornò in mente un momento poco edificante della mia storia.

Ero decisamente più giovane, stavo con Luciana, studentessa fuori sede, tanto per cambiare, e un’estate decise di invitarmi per ben un weekend nella sua casa al mare con l’ordine tassativo che io non dovevo essere io, che non avrei dovuto dare l’idea che stessimo insieme. Si trattava di una sorta di villino prefabbricato di due piani. Lei era al piano terra, la zia al secondo. Ci sarebbero dovuti essere la cugina Luisa che mi conosceva, l’altra cugina Arianna che non doveva sapere di me e soprattutto il fratello Paolo che, se solo avesse sospettato, mi avrebbe staccato la testa cacandomi nella trachea. In più poteva capitare qualche zia a contorno, quindi mi sarei dovuto guardare le spalle.

Si prospettava un fine settimana di tutto relax anche perché il fratello conosceva il mio vero nome, perché da bravo romantico avevo passato le settimane estive precedenti scrivendo alla pulzella romanticissime e imbarazzanti lettere manoscritte, insomma quelle cose per cui uno potrebbe essere ricattato a vita, dove in pratica stai scrivendo “sono cretino, sono un mentecatto, sono un coglione, sono un imbecille, sono misero, sputatemi addosso” ma te ne rendi conto solo quando, un mese dopo, ci ripensi.

Decisi quindi che sarei stato Oronzo. Tutti d’accordo. Io mi pregustavo un po’ la scena, questo temibile Paolo mi era stato descritto come uno stronzo del secolo scorso. Quelli che la femmina deve stare zitta e chiusa nell’unico luogo che le compete, la cucina, a pulire verdura, rammendare calzini bucati e fare caffè per poi andarsene solo una volta sposata con qualcuno che avesse ottenuto il benestare del padre padrone.

E quindi a un minchione di questo calibro sei ben disposto a fare qualsiasi cosa.

Il terribile fratello invece era una bravissima persona, avevamo anche delle cose in comune. E mi sentii l’ultima delle merde schiacciata su un bollente marciapiede d’agosto a prenderlo in giro. L’amore, è noto, porta a fare un sacco di cretinate, prima fra tutti quella di fidarsi della gente sbagliata. Luciana era una persona sbagliata, la più classica femmina con più complessi della vitamina B tutti sfogati contro e sul prossimo.

E, insomma, noi siamo lì, io e Paolo, che parliamo e facciamo gli spiritosi cambiandoci dopo il mare. Lui mi chiede se conosco quello che fa il filo alla sorella, prima nego, poi mi fa il nome e mi faccio prendere la mano. “Lo conosco” gli dico “è uno un po’ coglione” e giù d’insulti a me medesimo. Ride, Paolo. Rido anch’io. Ridono un po’ tutti. “Ahahah mia sorella giusto un coglione poteva rimediare! Ahahahahah!”. Io e Paolo ci diamo sonore pacche sulle spalle. Ormai è fatta, Oronzo ha vinto la sua fiducia, ha fatto breccia. E ovviamente la tragedia è prima che dietro l’angolo.

Mentre noi ridiamo, Laura saluta, che se ne va, e mi saluta col mio nome, io faccio finta di niente, rido di grosso. Paolo smette di ridere “Come t’ha chiamato?”, faccio lo gnorri. Laura arriva di corsa, mi prende per mano e mi porta via.

Vengo nascosto nella casa della zia (al piano di sopra). Dove vengo tenuto tutta la notte.

Mi si racconta che Paolo è feroce, che gira attorno alla casa con coltelli, fucili e bombe a mano.

A me la cosa non interessava particolarmente, volevo solo fare sesso con Luciana, onestamente. Ma non mi fu permesso, perché lei aveva troppa paura e volle la cugina Arianna sempre con noi.

Ricordo chiaramente che mi sentivo come un camorrista traditore il giorno prima di essere nascosto dalla polizia, quando capisce che il boss ha saputo del suo tradimento e ha chiesto la sua testa su un vassoio d’argento.

Ovviamente erano tutte cazzate, frutto della peculiare visione della realtà di Luciana, ma che interpretasse la realtà in quel modo tutto personale lo capii solo dopo tanto tempo. Lì, quella sera, in quella stanza mi sentivo pure in colpa per aver preso per il culo il povero fratello che aveva tutto il diritto ad essere incazzato.

Passata la nottata (in bianco) decisi che non mi andava di passare un’altra giornata da recluso. Preparai il mio zaino, presi la mia roba, ingoiai la vergogna e andai al piano di sotto. Salutai Paolo, mi scusai per l’accaduto e me andai a prendere la corriera.

Ecco. Guardando negli occhi l’Idiota provai vergogna.

La stessa identica vergogna che provai quando Paolo mi chiese “come t’ha chiamato?”.

Poi mi resi conto di com’era vestito, feci mente locale e la cosa un po’ mi passò. Già, perché Paolo era una brava persona con una sorella un po' cretina e l’Idiota era … beh era l’Idiota, senza attenuanti.

CAPITOLO 27

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